Rassegna storica del Risorgimento
DE BONI FILIPPO ; SVIZZERA
anno
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1950
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pagina
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136
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FILIPPO DE BONI "E I SUOI SOGGIORNI NELLA SVIZZERA.,
A Filippo De Boni spetta un posto a parte tra i patrioti italiani rifugiatisi nella vicina Svizzera nell'età del Risorgimento, non tanto per l'azione diplomatica che spiegò a Berna nel 1849, nei primi mesi di quello che fa poi il suo secondo esilio, come inviato della Repubblica Romana, quanto perchè, a differenza di altri più illustri, ha saputo evitare il doppio scoglio di inserirsi, a scapito della propria italianità, nella vita del paese che lo ospitava, come fece Pellegrino Rossi, o di ignorarlo disinteressandosene, come fecero i più; e anche quello, che costituì il punto vulnerabile dell'azione mazziniana, di illudersi di farne ano strumento in servizio del proprio ideale nazionale. Egli lo fece, invece, oggetto di studio analitico ed attento; e a due riprese, nclF Italia del Popolo di Mazzini tra il 1849 e il 1850 e nella Rivista di Firenze di Atto Vannucci tra il 1857 e il 1858, pubblicò su di esso testimonianze obiettive e cordiali. Ne studiò la stona e l'ordinamento politico: analizzò i contrasti tra il partito Sonderbundista che considerava ancor vivo dopo il 1849 in larghi strati della popolazione, e i democratici dei quali rivendicava il meritò della schietta partecipazione a tutti i movimenti per la libertà in Europa; ne studiò gli istituti culturali, la Scuola Politecnica di Zurigo, la Scuola Normale di Losanna, le Società storiche, le iniziative comprovanti Tinte-resse alle scienze naturali; ne valorizzò gli oc italianizzanti; ne esaltò il civismo, la solidarietà tra le classi e l'assetto sociale. Altri esempi di uno spirito di ricerca così volenteroso ed attento, non saprei indicare che quello di Giovanni Arrivabene, al quale è dovuta una monografia su un villaggio ticinese, Magadi.no, che risale al 1839, ma fa testo ancor oggi tra gli studiosi del cantone. C'è in De Boni maggior varietà di interessi, ma anche una evidente superficialità dalla quale Arrivabene sa guardarsi. Ma dell'uno e dell'altro può dirsi che ebbero la tendenza a trasformare, per quanto poterono, l'esilio svizzero in un lungo viaggio di studio: quanto a De Boni, si può aggiungere che grazie a questa tendenza guadagnò a sé e alla causa italiana simpatie nel paese ospite, e vi ebbe amici, e il loro esempio non fu senza influenza sul suo spirito.
Considerato in sé, Filippo De Boni è una personalità che noi diremmo oggi di secondo piano, ma interessante. Quando si rifugiò in Svizzera per la prima volta nel 1846, era stato costretto ad abbandonare prima la Toscana poi Torino per le sue intemperanze di espressione, che erano, per di più, scritture mediocri quanto copiose: era sprovvisto affatto di risorse, carico solo di rancore, verso Carlo Alberto e verso la Curia Romana, senz'altro proposito che di sfogare questo rancore. A Losanna sembrò compiersi in lui la medesima evoluzione che s'era compiuta qualche anno prima nel suo compagno d'esilio in quella stessa città. Luigi Amedeo Melegari. Si pose al soldo di un altro compagno d'esilio, il livornese Stanislao Bonamici, che è comproprietario d'una tipografia; e frutto della loro collaborazione è la prodigiosa fioritura di editoria patriottica che va sotto il nome di quest'ultimo. Aperta per volontà di De Boni a tutte le correnti, con una certa prevalenza a quella costituzionale e neoguelfa: effetto in parte del caso, perchè Bonamici con un colpo di mano è riuscito a sostituirsi al Meline come editore di tutto Gioberti, ma anche dello spirito di concordia da cui questo mangiapreti arrabbiato, che è un ex-seminarista come il suo principale è un ex-frate, si dimostra sinceramente animato. Scrivendo alla Belgioioso, dalla quale pochi anni prima non era riuscito a farsi pubblicare un'invettiva contro Papa Gregorio, De Boni prèdica la pace tra i partiti: oc è tempo di smettere le antiche ire, è tempo di unirsi in un medesimo amore. La sua cronaca periodica Cosi la penso, che è il frutto più famoso, ma non il più rilevante della sua collaborazione con Bonamici, riscuote l'approvazione di Gioberti e si avvantaggia degli amichevoli fiduciosi consigli di Mazzini. In essa De Boni elogia Gioberti come quegli che rivela oc la maturità del minor clero e del