Rassegna storica del Risorgimento

DE BONI FILIPPO ; SVIZZERA
anno <1950>   pagina <138>
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Giovanni Ferretti
mancanza di mezzi giustificano abbastanza. Fu accolto come un amico! il consigliere federale Druey, già suo parziale a Losanna, raccomandava agli amici vodesi che lo mettessero in guardia contro Fazy, il quasi dittatore di Ginevra: invece le accoglienze di Fazy furono calorose, quelle degli amici vodesi entusiastiche; a Berna volevano salutarlo con una fiaccolata, e non volle accettarla mentre Roma era in pericolo. Ma questo fervore era dei giovani e di una minoranza di generosi. I più sentivano che la causa della rivoluzione europea era oramai perduta; a Berna si parlava degli Italiani con isckemo, si vedevano esposti in segno d'onore ritratti di Radetzky e a di tutti i bombardatori passati presenti e futuri . Questo scriveva egli a Carlo Notaci quando ancora attendeva un formale riconoscimento, che non venne mai; si trattava tuttavia con lui, come se il riconoscimento ci fosse stato. Chiese al Consiglio federale che si consegnassero i passaporti al nunzio pontificio, che di fatto non rappresentava più uno Stato; ma il Consiglio federale? con comprensibile cautela quella prudenza che è, secondo un detto svizzero, la sapienza dei piccoli si dichiarò incompetente: decisione che figura nella Feuille federale. Scrisse ai Triumviri che gli mandassero i fondi per armare equipaggiare e far partire tremila volontari che gli amici vodesi gli avrebbero reclutato; ma i Triumviri non risposero. Scrisse personalmente a Saffi, ma non ebbe risposta neppur da lui. Trattò per far venire a Roma il ginevrino colon­nello Rillier; ma RiHier voleva impegni precisi, e De Boni non poteva assumerli. Trattò perchè l'autorità federale si pronunciasse contro le capitolazioni militari col re di Napoli, e il 13 giugno proprio quando la veste di inviato della Repubblica romana gli veniva meno ottenne una decisione in questo senso.
Tutto sommato, il bilancio della breve missione affidata al De Boni è onorevole e attivo; e rincresce che runica voce di scherno giunta a noi contro questo diplomatico improvvisato, sia d'un altro Italiano, diplomatico improvvisato anche lui, il Bertinatti, che in una lettera al Gioberti lo trattava da ce buffone, e commentava: dopo che vedo un Filippo De Boni spacciarsi per diplomatico, io comincio a credere che potrei fare il generale d'armata ed insegnare il sanscrito .
Chiusala parentesi ufficiale. De Boni continuò a vivere in Svizzera come fuoru­scito. Passò a Losanna, e fece capo alla casetta di Montalègre in cui Mazzini aveva trovato rifugio coi più intimi. Scrisse nelT Italia del popolo pubblicata dalla tipografia già di Buon amici, ora dei suoi antichi operai. Passò più tardi nel Cantone Ticino, e fu animatore della tipografia elvetica di Capolago, riprendendo le mansioni che aveva eser­citato a Losanna nel primo esilio. Ma dal Cantone lo espulse il commissario federale Pianta nel marzo 1851, avviandolo verso l'interno per aver tregua dalle recriminazioni di Radetzky. Ricorse invano al Consiglio federale ricordando la sua missione diplo­matica di due anni innanzi, missione di fratellanza, scrisse, a per stringere le due patrie in amorevole nodo: non nocqui se non ho giovato alla Svizzera, come era mio desiderio: certo le accrebbi affetto negli Italiani. H ricordo non giovò a nulla: del resto era stato proprio nn consigliere federale, ticinese e già mazziniano quando il De Boni non era ancor tale, il Franscini, a richiamare qualche settimana prima l'atten­zione su lui, che si distingueva tra gli altri nel voler trasformare il Cantone, espe-cialmcnte la tipografia di Capolago, in un'officina vulcanica rivoluzionaria.
Cosi il 12 aprile, ottenuto un breve differimento e spirato il nuovo termine. De Boni dovè prendere la via di Zurigo.
Dei suoi rapporti con Mazzini ho già fatto parola. Bisogna riconoscere che fu piuttosto Mazzini ineguale nei suoi riguardi, che lui nei riguardi di Mazzini. Egli ei ostina a considerarsi un compagno, non un gregario dell'antico triumviro; questi un po' mette in guardia contro di lui i suoi fedeli, un po' gli dà incarichi delicati e impor­tanti: lo fa ordinatore dcll' Associazione italiana nel Cantone di Vaud; gli affida il collegamento tra i buoni che soggiornano in Isvizzera; lo chiama nel Canton Ticino per la preparazione del moto del 6 febbraio; lo chiama a collaborare a tutti i suoi perio­dici. Dopo il fallimento del moto, anche De Boni cede alla tentazione di far il processo