Rassegna storica del Risorgimento
DE BONI FILIPPO ; SVIZZERA
anno
<
1950
>
pagina
<
139
>
Filippo De Boni e i suoi soggiorni nulla Svìzzera 139
ai metodi del Maestro; gli scrive da pari a pari, troppo sicuro di sé: io sono soldato sempre della rivoluzione; a questo penso* lavoro e morirò per questo. Ma a differenza di altri, gli muove direttamente le critiche non dico che non glie le muovesse vivaci anche confabulando con gli amici : si fa eco di quelli tra essi che pur dissentendo intendono restar legati a lui e spezzare l'isolamento tragico in cui egli si è come irretito: abbiamo messo innanzi il programma: nulla senza di voi: nulla con voi solo. Queste parole sono in una lettera del 31 agosto 1853, cui dovè seguire uno scritto che il Mazzini nell'ottobre gli rimandò, o almeno si proponeva di rimandargli, con la sua firma, e per provaie, scrisse a Caronti, che sto con tutti quelli che vogliono azione.
Anche le testimonianze, che ci son rimaste, sui suoi rapporti con Caronti, con Cironi, con Passerini, con Orsini, con Grilenzoni, con Terraneo, con Brofferio, con Macchi, con Francesco De Sanctis, ci permetterebbero di far la cronistoria di questo suo secondo esilio, che si protrasse, povero di avvenimenti, fino al 1859. Egli stesso considerò poi la vita che aveva condotto nella Svizzera tedesca come una non vita, perchè la salute era stata malferma, gli stenti lo avevano sempre afflitto. Sembra che la sua sola risorsa sicura fosse costituita da corrispondenze periodiche che inviava alla Tribuna di Buenos Aires: ma scrisse anche in giornali italiani, l'Italia e popolo di Genova, l'Italia del Popolo pure di Genova, Pensiero e azione di Londra, e, come ho ricordato, la .Rivista di Firenze.
Tornato nel 1859 in Italia, accorso a Bologna, rischiò d'essere arrestato d'ordine di Leonetto Cipriani. Si rifugiò a Firenze ma fu peggio: lasciata quella città in tutta fretta, incontrò Garibaldi che lo accolse al suo seguito assicurandogli una temporanea immunita. Brofferio lo trovò con lui a Modena e a Parma; ma presto, poiché l'Italia monarchica non gli rendeva facile la vita, lo rivediamo a Zurigo di dove, d'accordo con Pianciani che era invece a Ginevra, tentò di dar manforte a coloro che in questa città si industriavano di opporre difficoltà alla soluzione cavouriana della questione della Savoia. Vedeva buio: senza un miracolo, tutto in Italia è perduto.
Un raggio di sole fu invece, per lui, la spedizione dei Mille. Accorse a Napoli1. Fondò un giornale, H popolo d* Italia', ma era, come scrisse al Pianciani, solo a scrivere, solo a far quasi tutto, condannato a peggio che una vita da martire.
Era deluso; l'esaltazione dei primi mesi del '49 non tornava più: la sua vita si colorava di un diverso grigiore, ma era pur sempre un grigiore come era stato negli anni del secondo esilio. Ebbe la nostalgia della Svizzera: nel 1862 tentò d'ottenere una cattedra a Lugano, ma non vi riusci. Fu deputato al Parlamento italiano, dal 1861, per tre legislature, fino alla morte. Lasciò fama, dice Ferdinando Martini che lo conobbe, di mediocre scrittore e di cittadino integerrimo ( cervello angusto, aveva detto De Sanctis, e carattere nobile e patriottico) e se, non meno del biasimo contenuto in questi giudizi sostanzialmente concordi, anche la lode sembra condannarlo a non sollevarsi al disopra della massa, questo fa onore alla sua generazione, in cui la dirittura morale e l'integrità del carattere non eran doti d'eccezione tra gli artefici anche modesti del nostro Risorgimento.
GIOVANNI FERRETTI
ne