Rassegna storica del Risorgimento

GIOBERTI VINCENZO
anno <1950>   pagina <163>
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NOTE INTRODUTTIVE AL PRIMATO
1. Il 1 ottobre del 1833 Vincenzo Gioberti lascia segretamente Torino, accompagnato ai confini del regno di S. M. Sarda da un asino di carabiniere travestito .
I quattro mesi di prigione nella cittadella della capitale sabauda (è arrestato la sera del 31 maggio sui bastioni di Porta Nuova) non lo hanno abbattuto. Debole e malato, è riuscito a trovare nella buona coscienza la capacità di resistere; il carcere per lui è soprattutto, come scrive all'amico Pietro Riberi, un'esperienza morale. Ha atteso per settimane di essere interrogato, non si è. voluto umiliare in suppliche o ritrattazioni, chiede solo, con l'abituale fierezza, ed anche con l'abituale asprezza del suo carattere, che gli venga resa giustizia, perchè le accuse che l'am­biente gesuitico della corte ha imbastito contro di lui, di ateismo e di attentato alla vita dello stato, sono false. Nel carcere le lunghe giornate trascorse a leggere se­condo la vecchia abitudine sono interrotte a tratti dall'eco dell'impressione dolorosa suscitata in città dal suo arresto, dalle proteste più o meno palesi degli amici, dal­l'indignazione pubblica per il modo , offensivo per un sacerdote ed un galantuomo, con cui si è proceduto all'arresto.
A Parigi, dove giunge dopo un viaggio fortunoso di cui è l'eco nell'epistolario, Gioberti si sente solo in un mondo non suo, molto diverso da quello del suo Piemonte cerio piò. vasto ed aperto ad una larghezza di idee neppure immaginabile nel ristretto ambiente provinciale torinese dove solo con Alfieri e con i nuovi romantici della sua scuola si era respirato un soffio rigeneratore di cultura europea.
II teologo Gioberti non ha solo le qualità, positive o negative, di' quella che Adolfo Omodeo definisce efficacemente la razza dei teologi, egli si è formato una forte cultura moderna in parte proprio sui libri dei pensatori politici e sociali francesi che hanno sotto Luigi Filippo il loro momento di celebrità; egli giunge nella capitale francese già intellettualmente e moralmente formato, ma avverte a Parigi qualcosa di freddo, di astratto, di artificioso che lo respinge.
Il mal di patria gli rende amaro ed inquieto il soggiorno parigino, lo fa riandare troppo spesso con ansiosa speranza a quell'angolo di terra italiana dove, in un ambiente ristretto e provinciale quanto si vuole, pur qualcosa si sta agitando sotto i piedi di Carlo Alberto e dei gesuiti, qualcosa di più schietto, più spontaneo, più italiano dell'astratto liberalismo francese, più rispondente all'esigenza umana e reale che Gioberti avverte alla base del romanticismo liberale, sorto in contrap­posizione, giova ricordarlo, con il freddo tecnicismo dell'intellettualismo sette­centesco.
Trova Gioberti cordiale accoglienza in vecchi amici piemontesi, il Pinella, il Ribera, Pietro Unia, Teodoro Santarosa ed altri, incontra esuli del 1821 e del 1831 negli ospitali salotti del principe della Cisterna e della principessa Belgioioso, conosce Cousin, Leironne, Champollion, FauricI, Jauffroy, il matematico Guglielmo Libri, il giurista Pellegrino Rossi, il filosofo Terenzio Mamiani, insegnanti nelle università francesi, ma nelle lettere agli amici lasciati in patria è l'eco accorata della solitudine, dell'impossibilità di acclimatarsi in un ambiente dove pur sono alcuni tra i nomi più rinomali della letteratura, della filosofia e del diritto del­l'epoca, ma dove si svolge come un elegante lavoro d'intarsio della cultura europea, che riesce arìdo a Gioberti il quale, oltre ogni -preoccupazione culturale, è portato,