Rassegna storica del Risorgimento
GIOBERTI VINCENZO
anno
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1950
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pagina
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166
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166
Bruno Gatta
Solo di un anno più tardi della lettura di Demofilo è la polemica Mazzini-Gioberti per la spedizione di Savoia.
Se conoscete scriveva Mazzini da Losanna il 15 settembre '34 come credo VItalia e dove pecchino gli Italiani, forse vedrete che un fatto, un fatto solenne e la sola condizione che manchi per risorgere all'Italia... Poi se penserete*., che l'azione s'insegna con l'azione, che le idee si traducono in parole od in fatti, (ebbene) in quel fatto di Savoia v'era riuscisse o no una traduzione delle nostre idee di rigenerazione, vi era una rappresentazione d'avvenire, un insegna' mento materializzato; un nocciolo di campo italiano raccolto; un programma di fratellanza europea; un principio d'azione insegnato col fatto... Se un tentativo non riesce, riescirà il terzo, riescirà il quarto. Che monta il numero? La nostra è politica nuda o religione? È calcolo solamente o fede?...
11 4 ottobre Gioberti rispondeva al carissimo Strozzi, con una lettera tanto affettuosa nella forma quanto decisa nel contenuto. Se Mazzini aveva usato il tono appassionato, esasperato, intransigente, proprio di un profeta di religione, Gioberti gli rispondeva pacatamente, ma con ferma sicurezza.
Voi credete che uno o più tentativi parziali di una rivoluzione italiana possano rivolgere le sorti della penisola; cotte sole forze degli italiani, senza altro concorso; voi a questo effetto fate gran fondamento nei fuorusciti, e quindi giudicate che ci dobbiamo appigliare a questo partito ogni qualvolta ne venga il destro, senz'altro considerazione delle cose d'Europa.
Io al contrario porto opinione che le invasioni armate dei fuorusciti, salvo casi rarissimi e non applicabili all'odierna Italia, non possano aver buon successo, e non riuscendo, i loro effetti siano ad ogni modo calamitosi.
Mazzini aveva parlato del valore morale dell'azione, riprendendo qui il motivo volontaristico, proprio del cattolicesimo liberale, ed aveva accennato al Laincnnais esaltando le giornate di Lione. Gioberti non entra nella discussione particolare sui fatò di Lione o nel volontarismo di Lamennais, risponde a Mazzini che 6e è la Provvidenza di Dio che spesso dispone sacrifici che possono apparire vani, sapendo essa sola, a volte, per vie incomprensibili alla mente umana, condurre a bene eziandio le calamità, l'uomo per parte sua deve però saper sempre pesare i beni coi mali e Tutile col danno: nel caso di cui discorriamo, questo è di gran lunga maggiore .
I tentativi falliti di rivoluzione indeboliscono vieppiù e spaventano i fiacchi e i buoni, scemano il numero dei forti, avvalorando i malvagi, porgono ai principi e ai governi occasione giustificata non solo di incrudelire ma pure di togliere i mezzi di istruzione tanto necessari alla causa della libertà. Gioberti non può parlare di nossun'altra provincia italiana meglio del Piemonte, dove è nato e vissuto, del Piemonte che è sempre nel cuore dell'esule, ebbene egli pensando olla sua terra pone al caro Strozzi, compagno della buona battaglia, la domanda angosciosa: E pensate voi che tanti giovani tolti dalla morte, dalle carceri e dall'esilio all'Italia, non abbiano impoverita d'assai, mancandole, la patria, scemato il suo progresso e il vigore dell'opinione pubblica? .
L'angosciosa domanda di Gioberti toccava il punto centrale della polemica circa il metodo dell'azione politica. Il disegno generale di quest'azione non era stato per allora discusso ma in effetti h divergenza del metodo era troppo forte per essere circoscritta, essa era la premessa della più. vasta opposizione dottrinario e politica che li dividerà negli anni successivi.