Rassegna storica del Risorgimento
GIOBERTI VINCENZO
anno
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1950
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pagina
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167
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Note introduttive al Primato 167
Mazzini aveva citato a Gioberti, come sostegno del suo attivismo morale Patteggiamento di intransigenza dei democratici francesi dopo i fatti di Lione e di Parigi dell'aprile 1834. Ma era proprio l'insegnamento della politica francese, seguita in loco, ad accelerare il processo di revisione del pensiero politico giobertiano dal vago repubblicanesimo dì intonazione mazziniana e san si monista del tempo dell'arresto, così come il contatto con gli umanitaristi e i sansimonisti, con VEglise catholique frangaise dell'abate Chatel e la setta sansimonista del padre Enfantin segnava il superamento definitivo del deismo e del panteismo propri dell'inizio della sua filosofia religiosa.
Nel maggio del 1834 Gioberti scriveva a P. Pbielli una lunga lettera sulla vita degli emigrati italiani. In essa, all'indomani dei fatti di Lione e quattro mesi prima della nota lettera a Mazzini, confessava all'amico notoriamente monarchico, la rea-zione del suo animo agli eccessi rivoluzionari e giacobini dei repubblicani che compromettevano gravemente la libertà, forse ancora di più delle enormità dei principi.
Dall'esperienza francese, dal giudizio negativo contro i democratici parigini, i forsennati di Babeuf, Gioberti passa ad esaminare la situazione italiana e vede in essa un doppio pericolo: l'in temperanza e i principi. Occorre attendere, temporeggiare anche se la soluzione resta sempre, come voleva Mazzini,-la guerra di1 popolo, universale, inevitabile. Questa non dipende nel tempo dagli Italiani ma dalla situazione internazionale essendo lo statu quo della penisola legato all'intero sistema europeo.
In mezzo a quest'impalcatura mazziniana, il motivo del temporeggiare, il motivo di Fabio contrapposto a Varrone, toglie però al pensiero mazziniano la sua essenza, Fazione come mezzo di educazione inorale del credente e del cittadino, pone uomini e problemi in un sistema politico e morale oggettivo che potrebbe essere definito ancora di u elitarismo politico e religioso. Ma non utilitarismo nel senso dispregiativo usato da Adolfo Omodeo, che ha voluto fondere insieme mito neo-guelfo e pensiero giobertiano (il mito è per necessità di cose utilitaristico, formandosi appunto per uno scopo).
Omodeo sostiene che Gioberti prende tout court la concezione utilitaristica e pragmatista del cattolicesimo di De Maistre e cerca di ispirare ad esso il problema della libertà per un'identificazione di cattolicesimo e libertà che poi significherebbe l'csautoramcnto di questa in quello. Ed anche la religione verrebbe scambiata con l'apologetica, resterebbe un'introduzione senza seguito . Utilitarismo religioso invece quello giobertiano perchè l'azione umana viene riferita a leggi e motivi trascendenti, nel piano deJVutile disegno della Provvidenza.
Se forse e impossibile giungere veramente a Dio nell'ordine astratto dei tradizionalisti reazionari perchè l'ordine ideale e mitico da essi vagheggiato finisce coll'cssere quidcosa fuori dello spirito .umano e dello spirito di Dio, se invano Donald e Lamcnnais si rifanno a Bossuct e ai grandi mistici cristiani perchè il loro volontarismo resta sempre astratto e... settecentesco, un'ispirazione- dell'intelletto, non un fatto di vita, non per questo si deve intendere negativamente l'utilitarismo religioso ed il pragmatismo mistico di un Pascal o di un Malebranche. E. così per Gioberti. Pascal trova nella via del suo misticismo Dio, Lamcnnaìs non lo. troverà inai, anche quando, prigioniero nello stesso ordinamento che aveva creato, sentendo in esso la stessa insufficienza intellettualistica delle grandi costruzioni razionali settecentesche che i cattolici avevano voluto combattere, e il primo Lamennais farà