Rassegna storica del Risorgimento

GIOBERTI VINCENZO
anno <1950>   pagina <171>
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Note introduttive al Primato 171
natura del quale è ancora quella tracciata da Cesare (Gallorum subita et repentina natura) non possono aspirare all'iniziativa della rivoluzione, die le sette sausimo-niste sono anacronistiche in un mondo reso scettico da tante avventure, vuol dire aprirsi nuovi orizzonti e porsi nuove prospettive.
E dalla distruzione .critica delle nuove fallaci istituzioni religiose e politiche del culturalismo religioso francese dell'età della restaurazione che sorge l'esigenza giobertiana del ritorno al tradizionalismo cattolico, al vero cristianesimo vivo ed eterno nonostante l'opera demolitrice dei gesuiti
Quindi, per Gioberti non possiamo parlare di un pragmatismo cattolico che imprigiona pensiero e sentimento per un fine astratto fuori dell'uomo, ma di un ritorno per le vie del pensiero e della storia moderna a Dio, alla ricerca continua della Verità che è in Dio, un trasumanar dantesco per cui volontà ed intelletto son uni nello stesso cammino.
È un processo interiore che risolve il panteismo ontoteista di Gioberti in un vero e reale dualismo cristiano, di cui non sono affatto sacrificate ad una formale ortodossia le esigenze di fede attiva proprie del pensiero giovanile giobertiano e di tutto quello contemporaneo.
Il ritorno al Cristianesimo non è sacrificio della libertà, ma significa in Gioberti approfondimento del problema politico e religioso della libertà. L'idea della patria lontana, il desiderio di agire per essa, di non veder fallire la propria azione dietro i miti e le utopie del sofìsmo francese, provocano il ritorno albi forma storica del Cristianesimo, al cattolicesimo, nel cui quadro egli vedrà possibile realizzarsi In nuova società. Se Gioberti era stato portato al sansimonismo da un'esigenza di concreta azione religiosa all'infuori dell'arido schematismo dei Bonald e dei De Maistrc questa stessa esigenza gli fa compiere il passaggio dal panteismo deista al dualismo teista, una volta che la diretta esperienza francese gli avrà rivelato l'astrazione propria di qualsiasi concezione soggettivistica.
In questa posizione di universalismo cattolico che non sarà mai abbandonata da Gioberti (è illusorio vedere nel neoguelfìsmo e soprattutto nel Prunaio una forma di ristretto nazionalismo) vanno inquadrati la condanna del primato francese e il sorgere dell'idea del primato italiano.
In una famosa lettera a Pietro di Samarosa del 13 marzo 1835 il nostro abate subalpino deplora l'ingiusto Primato della Francia indegna di essere la mode­ratrice d'Europa e confida al carissimo amico quello che è il suo pensiero, il sogno che va accarezzando nelle meditazioni dell'esilio, che la Chiesa romana, edu­catrice civile degli uomini nei bassi tempi * riprenda la sua funzione di civilizzazione, poiché la civiltà.fuori del Cristianesimo non può avere compimento né vita .
A lui subito risponde Santarosa bruciando entusiasticamente le tappe: Questa e la utopia, sulla quale ogni giorno di più sono convinto che non vi sarà indipen­denza né libertà per l'Italia, se il Papa non se ne farà egli stesso l'apostolo, e ciò fatto gli italiani diventeranno ben essi in breve tempo di bel nuovo il primo popolo del mondo . *)
Gioberti non raccoglie subito l'idea di Santarosa; si sta profilando in lui il disegno unico della Teorica, dcll'/ntraduzione e del Primato in uno sforzo gigan­tesco di ricerca speculativa e religiosa.
J) per lo scambio dì lettere tra Gioberti e Santarosa, cui è accennato nel testo, vedi Epistolario ci!., voi. IT, pp. 234-5, 238.