Rassegna storica del Risorgimento

ORSINI FELICE
anno <1950>   pagina <206>
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Enrico Liburdi
trasferirsi personalmente nelle Marche prevedendosi imminente il ripristino del Go­verno papale, come in seguito fece, dandone pubblico avviso da Ancona eoa la Notifi­cazione del 27 giuguo 1849.
In mano borbonica, nel teramano, era caduto anche il valoroso patriotta colon­nello Ignazio Ribotti (legato all'Orsini da stretta amicizia e da lui molto stimato) mentre cercava di mettersi in salvo nel territorio romano dopo aver capeggiato in Calabria uno dei soliti abortiti tentativi rivoluzionari: pure per la sua vita s'era in grandi angustie, nò conveniva inasprire soverchiamente l'avversario dando immediato corso alla severa giustizia.
Cosi fra Ascoli e Teramo (nell'attesa del responso romano) continuavano le trat­tative, essendone intermediario, fra il Generale Landi e lo Sgariglia, il Marchese Carlo Malaspina, papalino si al cento per cento, ma gentiluomo onesto e non pavido.
Il Landi tentennò e mandò le cose per le lunghe poi, dopo molti giorni, fece sapere che il cambio era impossibile, ma che si guardassero bene dall'incrudelire sui prigionieri perchè altrimenti si sarebbe ricorso ad una pronta azione di rappresaglia e prima vit­tima sarebbe stata lo stesso giovane Tito Calindri figlio del Preside. *)
I condannati, frattanto, vivevano (è da crederlo) ore angosciose e non meno tra­gica era la trepidazione dei loro familiari e di quelli degli ascolani prigionieri in Abruzzo. Poche speranze rimanevano sulla loro sorte avendo, come s'è detto, l'Orsini a gran stento annuito a differirne l'esecuzione fino al giungere del responso governativo: con­discendenza insolita in un uomo della sua natura e che suscitò l'alta meraviglia del Vecchi che conosceva a fondo quell'anima sdegnosa più incline alla severa giustizia che ai pietosi sentimenti umanitari.
A peggiorare la sorte degl'infelici (già affidati come s'è detto alle pie cure dei con­fortatori) e ad inasprire maggiormente l'animo del Commissario avvenne, durante i giorni d'angosciosa attesa, il sequestro di numerosi ed importanti carteggi papalini del De Angelis e del Savelli che, spediti dal Regno ai caporioni dell'insorgenza montanara, misero in chiaro tutte le fila dell'organizzazione e confermarono luminosamente la colpevolezza di coloro che già si sapevano i maggiori esponenti della rivolta. L'Orsini non volle altro: con decreto del 30 maggio ordinò la confisca dei beni del Magg. Cav. Francesco De Angelis (fratello dcll'Arciv. di Fermo) provvedendo, in pari tempo, alla integrale pubblicazione di quel carteggio criminoso a giustificazione del suo operato. 2)
Intanto in Roma le istanze dello Sgariglia a Mazzini ed al Saffi in unione ai buoni uffici all'uopo interposti (sia purea denti stretti, dal Deputato Vecchi e con maggior cordialità dal collega Achille Gcnnarelli) ebbero felicissimo esito avendosi ottenuta dal Governo la commutazione della pena capitale in quella dei lavori forzati a vita: non molto, ma era pur sempre tanto per chi aveva bisogno di guadagnar tempo. Del resto (siccome scriveva al padre il Vecchi dandogliene notizia) il castigo per quei disgraziati era incominciato da un pezzo perchè quando un uomo sta in conforteria per sei giorni ha scontato a metà il suo delitto, che quando questo si sa da uomini come il Mazzini, come me, non si può, non si deve, non si vuol più infierire contro semi-cadaveri.3)
4) A. M. GHISA [.BERTI, àp, cìl., p. 06, lei t. 86*: F. 0. ad A. Saffi (Nizza, 25-4-1850).
*) Poe. V.
*) Vedi Doc. VI. C. À. Vecchi al Padre (Roma, 27 maggio 1849): lettera pos­seduta dal March. Cesare Trevisani di Porto S. Giorgio e non compresa fra le raccolte e pubblicate dal figlio Vittorio (il notissimo e valente Jack la Bolina) col titolo: Lo vì-cende della R. li. narrate dal Rappres. del Popolo C. A. V., Firenze, Quattrini, 1911.