Rassegna storica del Risorgimento

EMIGRAZIONE POLITICA
anno <1950>   pagina <336>
immagine non disponibile

336
Ersilio Michel
di saluto e lancio il grido Viva Manin! che fu ripetuto più volte con viva commozione e a gran voce, da quanti gli stavano attorno.*)
*
Come è facile immaginare, i primi esuli veneziani, una volta ammessi a libera pra­tica, furono fatti segno a testimonianze di stima, di onore, di ammirazione, non solo da parte degli altri emigrati d'ogni regione d'Italia, ma anche degli stessi cittadini corfioti, tra quali si manteneva sempre vivo il ricordo delle glorie e delle benemerenze dell'antica Regina dell'Adriatico e sempre caldo il sentimento di simpatia per la causa della nazionalità italiana. Basti rammentare per tutti il poeta Dionisio Solomos, Giu­lio de Tipaldo, Pietro Braila, capo del partito nazionale, Aristotele Valaoritcs... Per quanto ci è dato rilevare dai documenti esaminati, tiepido, riservato, indifferente si mantenne, nei loro riguardi, e particolarmente rispetto al Manin, il contegno dell'Alto Commissario e delle altre autorità politiche locali. Né, d'altro canto, resulta dalle fonti consultate che gli stessi capi tra i profughi si prodigassero in atti di deferenza e di ossequio nei riguardi dei governanti britannici: non avevano proprio di che lo­darsi del trattamento ricevuto, e tanto meno, poi, di quello, tanto più duro e severo, usato verso i loro infelici compagni di sventura.
Pur essendo stati respinti molti dei fuggiaschi da Venezia, che invano avevano sperato di trovare in Corfù un asilo sicuro, almeno temporaneo, l'emigrazione politica, in seguito agli ultimi avvenimenti, era divenuta nelFEptaneso molto numerosa. Non può perciò recar maraviglia che i governi dei vari Stati della Penisola, più specialmente quelli di Napoli, di Roma, di Firenze, che si erano ormai incamminati decisamente sulla via della politica reazionaria, si mostrassero assai inquieti e preoccupati dell'agglo-meramento verificatosi e trasmettessero speciali istruzioni ai loro consoli per evitare che alcuni di quei rifugiati potessero lasciare inosservati la terra d'esilio e far ritorno in patria. Ad esempio dalla Segreteria di Stato pontificia, sempre a Gaeta, si dava ordine al Mosca di ricusare sistematicamente il rilascio o il visto ai passaporti, non solo ai compromessi politici, ma anche ai sospetti di avere avuto qualche parte nelle ultime vicende rivoluzionarie, tanto sudditi pontifici quanto stranieri.2) Istruzioni diverse si inviavano, quasi nel medesimo tempo allo stesso Mosca, da Torino: come si sa, il governo subalpino, mantenendo fede alla carta costituzionale, continuava la sua politica liberale, sia pure prudente e moderata, e cominciava ad accordare facile ospitalità ai profughi politici di altri paesi.
Cosi il Mosca si veniva a trovare in una situazione assai curiosa nella sua doppia veste di console pontificio e sardo: negare sempre ogni concessione da un lato, e lar­gheggiare, dall'altro. Infatti il 20 settembre così egli scriveva al marchese Massimo D'Azeglio, presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli Esteri a Torino:
... Ieri Valtro mi vidi onorato dai dispacci di V. E. del 29 agosto scorso e 2 cor­rente, pervenutimi contemporaneamente col mezzo del console di S. M. in Malta, coi quali
*) Cfr.: Daniele Manin intimo. Lettere, diari, ecc. cit., p. 241; A. ABRUZZESE, art. cit. Il Pcrissinotti, che era presente alla scena, in una delle sue lettere scriveva a conclusione: Quel gridoin quelle acque, in quelle circostanze era l'epilogo e la corona della rivoluzione......
2) ASV, Segr. di Stato. 165. Polizia: Consoli, nn. 11339 e 11576, rapp. del Console, Corfù, 11 e 25 settembre 1849.