Rassegna storica del Risorgimento

BORSIERI PIETRO ; PORRO LAMBERTENGHI LUIGI
anno <1950>   pagina <355>
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Lettere di Luigi Porro Lambertenghi a Pietro Borsieri 355
spense nel febbraio 1860, quando Milano e la Lombardia erano state ricongiunte alla Patria. À quella Patria, come annoto amaramente il Vannueci, che di niun segno di pubblico onore confortò gli ultimi giorni di quella nobile vita.
Le lettere che qui pubblichiamo provenienti, con un altro fascio importantis* sùno di carte borsieriane, dall'Archivio Casati e poste a disposizione del Comitato nazionale di Studi spielberghiani dal marchese Visconti di Si Vito grazie all'iute* rcssamento del prof. Ferruccio Quinavalle appartengono tutte, tranne l'ultima, al periodo marsigliese della vita del Porro, e sono dirette a Pieìxo Borsieri.
Il Borsieri, nato a Milano di nobile famiglia trentina nel 1788, compì a Pavia - propri sludi di giurisprudenza ed entrò nella magistratura napoleonica ricoprendo delicati, incarichi presso il Ministero della giustizia del Regno italico. All'atto della Restaurazione perdette il suo posto e dovette accontentarsi di un umilissimo impiego protocollista di Consiglio presso il Tribunale di Milano per sovve­nire alla propria famiglia, composta di tre sorelle e di un fratello scapato e dissipatore. Ma non era nato per i codici: ancóra studente, s'era fatto amico del Foscolo ed era entrato arditamente nella polemica sui Sepolcri accesasi tra il Foscolo ed il Guillon ; più tardi era stato chiamato a collaborare alla Biblioteca italiana dell'Acerbi, ma se ne era staccato appena avvedutosi che il periodico doveva servire alla politica snazionalizzatrice dell'Austria; fu, invece, fedelissimo del Conciliatore., al quale riserbò tutta una serie di importanti articoli di critica letteraria, di netta ispirazione romantica, e contemporaneamente entrò nella cospi­razione antiasburgica che faceva capo al Gonfalonieri. Denunziato dall'immondo Castillia, fu arrestato nel 1822; condannato nel capo, ebbe la pena di morte com­mutata in ventanni di carcere duro, undici dèi quali trascorsi allo Spielberg, sino a che, compreso nell'amnistia del 1835, lasciò il carcere moravo per essere depor­tato in America. Visse a New York, a Princeton, a Filadelfia, impartendo lezioni di italiano e godendo dell'assegno generosamente corrispostogli dal Gonfalonieri; quando Federico ritornò in Europa, egli ne segui l'esempio e si stabilì a Brusselle, sovvenuto dal marchese Arconati e dal principe della Cisterna. Di qui, nel 1840, rimpatriò e si riunì alle sorelle in Milano, vivendo delle liberalità degli amici e degli scarsi proventi di qualche traduzione dall'inglese e di taluni articoli letterari. H Quarantotto lo trasse dall'ombra, e fu chiamato a presiedere il Circolo patriot­tico, detto di Santa Radcgonda dalla strada dove aveva sede: Circolo che si adoperò per l'unificazione degli sforzi italiani, lealmente appoggiando Carlo Alberto.
Ritornati gli Austriaci in Lombardia, il Borsieri credette opportuno esulare nuovamente; rifugiatosi a Torino, profittò della nuova amnistia del 1849 per tor­nare a Milano: ma la sua vita era giunta al termine, poiché si spense a Bclgirato il 16 agosto 1852; Perchè con tonte 'cognizioni scrisse di lui il Pellico e con cosi segnalato Ingegno non lasciò egli un'opera letteraria notevole? Mutava troppo spesso progetti, s'annoiava dei lunghi lavori, e più lo dilettava il leggere, pensare e discorrere, che acquistar Coma d'autore. In gioventù ei diceva: È troppo presto; in vecchiaia disse: ft troppo tardi?/.
Lettere al Borsieri, dunque. Interessanti per le numerose notizie sul Confalo-nieri ed altri esuli, non meno che per una più precisa conoscenza biografica dello stesso Porro; ma particolarmente notevoli per farei conoscere a pieno l'animo dello scrivente. Si leggano i suoi giudizi sul significato del Conciliatore; la bella ed eloquente esaltazione delle Mie prigioni e di tutta l'attività letteraria e politica