Rassegna storica del Risorgimento
LEVI PRIMO ; CRISPI FRANCESCO
anno
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1950
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pagina
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415
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Francesco Crispi Primo Levi e La Riforma 415
vita dì un uomo, è intessuta la vita di una nazione, sono passati in rassegna. Qui, mette appena conto di rilevarlo, è la parte più interessante della raccolta, quella che può dare al ricercatore non poche soddisfazioni La penna di Crispi corre agile e veloce al servizio di una cultura estesa e profonda, di un'intuizione non comune, di un'esperienza multiforme: al di fuori della polemica, si può molte volte notare la giustezza delle impressioni, la rapidità della sintesi, l'immediatezza nell'afferrare e centrare le questioni.
Pieni di curiosità (anche se spesso ingiusti ed affrettati) i giudizi che il Crispi esprime su noti personaggi a lui contemporanei. Val la pena di ricordarne alcuni:
De Pretis è l'equivoco. La sua bandiera, siccome Benissimo definiva il Pasquino1) è corbellatura e confusione. Il suo governo produce lo scetticismo, la disistima di tutto ciò che è sacro e Buono.
Cairoti è la negazione del bene e del male. Da lui viene il disordine donde la reazione.
Nicotera è l'affermazione del male. Da lui il despotismo donde la rivoluzione.
Il generale [Garibaldi] è Buono e ci vuol poco a lusingarlo con Buone promesse.2)
È frequente, come si vede, l'annotazione rapida ad effetto, anticipatrice di uno stile giornalistico modernamente, e deteriormente, inteso.
Quando Re Umberto con la moglie si recherà in Sicilia, agli inizi del 1881, il Crispi diviene l'inviato speciale del suo stesso giornale e descrivendo al Levi (lettera n. 2 del 7 gennaio 1881) l'enorme entusiasmo della popolazione scrive, tra l'altro, della sua isola (la soluzione dei cui problemi non si stanca mai di porre, sia pur teoricamente' in primo piano): L un paese eminentemente monarchico ma guai se i re mancano. Può dirsi che questo popolo non hai mai mancato ai suoi He; i Re hanno mancato al popolo e da qui le insurrezioni.
In una lettera del 16 agosto 1892 (n. 4), commentando la situazione internazionale, il Crispi scrive al Levi:
Noi non siamo irredentisti di mestiere che rumoreggiano ed impediscono il lavoro lento ma fecondo della diplomazia previdente e nazionale. Abbiamo però in mente l'Italia grande e quale deve essere e, se non giungeremo a costituirla tale, trasmetteremo in testamento ai posteri il dovere di compiere l'opera da noi cominciata.
Qui, pur dopo l'allontanamento dal potere nel 1891, c'è ancora un senso di fiducia nelle proprie forze e il rinvio agli eredi di un compito di potenza nazionale è semplicemente ammesso come pura ipotesi. Tuttavia accanto a questa o simili frasi, piuttosto destinate ai lettori de La Riforma e al pubblico in genere, non è difficile cogliere, in lettere scritte poco dopo, espressioni di amarezza e di sconforto.
Il 18 agosto 1892 (lett. n. 5) scrive, ancora rivolto al Levi:
La politica avrebbe dovuto logorarmi perchè nissuno ha sofferto più di me. Bastano gli 11 anni di esilio reso doloroso da 3 ingiuste espulsioni. 3) Anche oggi, nonostante la tarda età, son costretto a lavorare, quantunque dovrei avere diritto al riposo. Ho guadagnato, ho sciupato gran parte dei lucri professionali. Vivo oggi, come 36 anni addietro. (Come trentasei anni addietro, come, cioè, nel 1856 quando, esule mazziniano, menava una vita di stenti tra Londra e Parigi).
i) H Pasquino era una rivista umoristi co-politica settimanale stampata a Torino.
2) Lettera del 16 luglio 1879 (n. 13) e del 3 ottobre 1880 (n. 31) F. Crispi a P. Levi.
3) Fu espulso, com'è noto, dal Piemonte nel 1853, da Malta nel 1854 e dalla Francia nel 1858.