Rassegna storica del Risorgimento
SALVEMINI GAETANO
anno
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1951
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pagina
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93
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Le avventure elettorali di Salvemini, ecc. 93
Non appena si conobbero i risultati del primo scrutinio Salvemini dichiarò che sarebbe stato ben lieto di cedere al conte Soderini 400 o 500 voti e lasciar Ini nei pasticci. Ma avrebbe fatto meglio ad astenersi da simili scherzi, giacché le sue parole furono prese alla lettera da alcuni sostenitori del conte ed egli dovette respingere ripetuti inviti a commettere delle frodi ai propri danni.
Dopo aver cercato invano di sconfiggere Salvemini a primo scrutinio, i repubblicani del luogo cambiarono tattica e decisero di usare la frode per assicurare la sua vittoria. Così facendo essi speravano che reiezione sarebbe stata annullata, il vincitore sarebbe stato eliminato ed un repubblicano avrebbe potuto presentarsi candidato alle elezioni successive.
Non appena Salvemini venne a sapere che le urne sarebbero state rotte e che si sarebbero commesse delle frodi a suo vantaggio fu preso come da febbre. Tutte le sue energie furono consumate correndo di qua e di là in vani sforzi per impedirle. Per evitare sospetti che volesse attirare i voti dei cattolici egli giunse al punto di avvisare in un quotidiano romano quei cattolici che, per vendicarsi del candidato governativo, avrebbero voluto votare per lui, che, ove fosse stato eletto, sarebbe rimasto un deciso avversario del partito clericale. Insomma, non si preoccupò di perdere voti ma solo di uscire dalla prova colle mani pulite.
Due giorni prima del ballottaggio egli fu avvicinato da un tale il quale gli raccontò che nella sua città tutto era pronto per ottenere la sua elezione all'unanimità, e che occorrevano solo poche centinaia di lire per condurre in porto gli ultimi negoziati. Salvemini non potè frenarsi, e si mise a gridare che se volevano un disonesto per deputato avrebbero fatto meglio a scegliere qualche altro. La sera stessa, in una riunione dei suoi sostenitori ad Albano, dichiarò che era sua intenzione di ritirarsi dalla lotta. I suoi elettori fecero il possibile per indurlo ad attendere per lo meno i risultati delle elezioni. Ma dopo aver passato una notte insonne meditando sui da fare, e dopo essersi consigliato a Roma col deputato socialista Morgari, Salvemini si confermò nella sua decisione e indirizzò un mani* festo ai suoi elettori in cui spiegava le ragioni del suo ritiro.
Questa decisione provocò un lungo strascico di polemiche. I repubblicani accusarono Salvemini di aver tradito la democrazia del Lazio ritirandosi dalla lotta. L'accusato reagì narrando il doppio gioco dei repubblicani, citandone uno per diffamazione e ottenendo la sua condanna da parte dei tribunali romani.
Ripensando a mente fredda all'intera faccenda, Salvemini ammise di aver commesso degli sbagli. In primo luogo, non avrebbe dovuto accettare di presentarsi candidato in un collegio che non conosceva. E in secondo come gli fece rilevare il suo amico Antonio De Viti de Marco ritirandosi dalla lotta prima della votazione impedì ai suoi elettori di esercitare il loro diritto di votare per lui. Egli avrebbe dovuto rimanere in lizza, informare al tempo stesso un notaio degli atti illegali commessi per ottenere la sua vittoria, e annunciare che avrebbe preso egli stesso l'iniziativa di chiedere al Parlamento rannullameiito della sua elezione.
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La riforma elettorale del 191.2, concedendo il diritto di voto a tutti i maschi al di sopra dei 30 anni e a tutti coloro che avevano prestato servizio militare, fossero o meno analfabeti,, spostò l'equilibrio delle forze elettorali specialmente nei luoghi in cui la percentuale degli analfabeti era alia. A Molletta il numero