Rassegna storica del Risorgimento
TRIESTE ; CONGRESSI STORICI
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1951
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pagina
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193
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I lavori del Congresso 193
cuore; il mio cuore è pieno di molti pensieri e sentimenti, sentimenti di ammirazione, sentimenti di speranza e di ringraziamento per bitte le gentilezze e l'accoglienza in queste belle città di Gorizia e Trieste. Sono soprattutto uno storico e credo clie la storia non sia soltanto un affare del passato, ma un affare del presente e poi dell'avvenire. - LA
Siamo giunti al termine di questo congresso, dove abbiamo appreso tante cose, a questa giornata che è la giornata di chiusura, nella quale abbiamo visto l'ossario di Rediptiglia, dei morti d'Italia ( fra essi è mescolato anche qualche Francese) e abbiamo visto il passato e sperato per l'avvenire di questa bolla città di Gorizia, i cui confini la storia vorrà correggere. Con questi sentimenti, Signore e Signori, io voglio chiudere e sperare nella giustizia e nella democrazia. Come gli Ebrei dicono davanti al muro del pianto, "All'anno prossimo", noi congressisti italiani e francesi abbiamo il diritto di gridare, davanti al muco della speranza, " All'amio prossimo".. Dunque, a rivederci, e grazie amici Italiani.
Il prof. ALBERTO MARIA GHISALBERTI:
Rappresentante della presidenza dell'Istituto, impersonata nella grande austera figura di Gaetano De Sanclis, tocca anche a me l'onore di aggiungere qualche parola alle molte e nobilissime che sono state qui dette. Quanti di noi hanno oggi veduto dall'alto di questo castello, prima che l'ombra del tramonto calasse sulla città, la linea del confine non possono non aver provato un senso di sconforto, ma insieme debbono aver tratto da quella vista stessa una speranza. Speranza che non sorge soltanto dalla coscienza di una particolare ingiustizia da noi Italiani sofferta, ma, soprattutto, dalla coscienza di una ingiustizia che colpisce tutti. Quando il vecchio Carducci lanciava nel suoi giambi l'ultimo appello alle sole dee superstiti "Giustìzia e Libertà" il suo grido aveva un valore universale. E lo spirito di quell'appello riecheggia nelle parole altissime con le quali Gaetano De Sanclis ha voluto salutare i partecipanti a questo nostro congresso. Le sue parole, infatti, si rifanno al grande voto mazziniano, " All'umanità attraverso le patrie", ma interpretano anche l'aspirazione più profonda di una generazione passata attraverso il tormento di due grandi guerre, di una generazione che ha imparato troppo presto l'uso delle armi e, purtroppo, dimostra di non volerlo ancora dimenticare.
Gli uomini del mio tempo, allora giovani studenti di ginnasio o di liceo, invocavano brevi nomi di piccole terre oltre confine, Trento, Trieste, per le quali un giorno avrebbero imbracciato il fucile, affrontato rischi, disagi e patimenti d'ogni genere, la morte anche, quando il destino lo avesse voluto. Brevi nomi di piccole terre oltre confine, diventate per effetto di una grande vittoria nazionale, terre della Patria. Poi, anche per colpa nostra, gran parte di quella vittoria andò perduta.
Non s'intende di fare il processo a nessuno, né a noi Italiani, né agli stranièri che non hanno saputo intendere còme l'ingiustizia non sia soltanto ingiustizia quando la si lamenta a danno proprio. Togliere ad un paese un pezzo dì terra pare cosa tanto da poco: sulla carta il confine che divide una località da un altra non è se non tuia semplice linea tagliata con una matita rossa o blu. Che importa se il confine che possa per quella linea divide il cimitero in due parti,