Rassegna storica del Risorgimento
CATTOLICI
anno
<
1951
>
pagina
<
201
>
La tradizióne del Risorgimento, ecc. 201
piano sodale* ma anche un'altra forza che, se maturata durante il Risorgimento, solo allora acquistava coscienza di sé e, soprattutto, ai era organizzata in un saldo partito. Se i principi liberali della libertà, della costituzione e della sovranità popolare potevano in sostanza essere accettati anche dai cattolici, l'interpretazione materialistica della storia, l'impostazione classista del problema politico, le profonde riforme della struttura della società sostenute dai socialisti e il loro atteggiamento apertamente anticlericale non potevano non allarmare l'autorità ecclesiastica. La politica sociale che la Chiesa aveva attivamente condotto dagli ultimi decenni del secolo XIX intendeva essere una reazione sia all' individualismo liberale, sia al classismo socialista ed un estremo tentativo di mantenersi in equilibrio, con un programma che avrebbe dovuto tener conto delle esigenze nuove della società, tra liberalismo e socialismo.
Ora dunque i cattolici rientravano, sia pure quasi di nascosto, nella vita pubblica italiana non sostenendo il loro programma e dei loro candidati, ma invece appoggiando i candidati liberali contro quelli socialisti. Si trattava di una deviazione nella tradizione risorgimentale; sei liberali, infatti, incarnavano questa tradizione, edi cattolici intransigenti, all'opposto, quella deU'antirigorgimento, si era arrivati ad una alleanza, dapprima tacita, poi sempre più esplicita, tra le due correnti. Dai primi incerti compromessi dei singoli vescovi si passò alla sanzione papale coll'enciclica II Fermo proposito (11 giugno 1905) in cui si diceva che se, in genere, la partecipazione dei cattolici al potere legislativo era vietata altre ragioni parimenti gravissime, tratte dal supremo bene della società, che ad ogni costo deve salvarsi, possono richiedere che nei particolari si dispensi dalla legge, specialmente quando Voi, Venerabili Fratelli, ne riconosciate la stretta necessità pel bene delle anime e dei supremi interessi delle vostre Chiese, e ne facciate dimanda. 15 Si arrivò infine, nel 1913, al patto Gentìloni che rappresenta il limite estremo del processo di affermazione di vita laica intrapreso dall'Italia, secondo là tradizione risorgimentale, dopo l'unità. Con quel patto, Giolitti, favorevole ad una pace religiosa, faceva alla Chiesa delle promesse (nessun provvedimento contrario alle congregazioni religiose, rispetto della scuola privata, insegnamento religioso nelle scuole comunali, opposizione al divorzio, parità per le organizzazioni economiche e sociali cattoliche con le associazioni aconfessionali) che potevano rappresentare un primo colpo alla tradizione liberale e laica del Risorgimento, tanto che suscitarono avversione in gruppi autorevoli dei liberali stessi. -)
Ecco che veniva ad aver ragione il Meda, quando affermava che la coscienza nazionale si sarebbe dovuta convincere chela pace religiosa è per lo stato un'insopprimibile necessità; ma la pace religiosa si era resa necessaria soprattutto per formare un fronte compatto contro il socialismo che costituiva sempre il maggior pericolo. Nella contropartita di promesse richieste dai cattolici per dare il loro appoggio al partito governativo vi erano già parecchi elementi del programma che essi avrebbero bandito poi, quando si decisero ad agire per proprio conto.
Nel momento stesso in cui i cattolici accettavano di contribuire a rafforzare il governo dello Stato italiano che fino a pochissimi anni prima avevano avversato.
ty Le encicliche sociali dei Papi da Pio IX a Pio XII, a cura di I. GIORDANI, Roma, Suulium, 3 ed. 1948, p. 222.
ìS) Sul patto Gentìloni si veda : F. Miao A, I cattolici italiani e le ultime elezioni politiche, in Nuova Antologia* a. XL1X, voi. CLX1X, 15 gennaio 1914, p. 295 sgg. Vedi anche: A. C JEHOLO, CInesa e Stato in Italia nvgli ultimi cento anni, Torino, Einaudi 1949, p. 535 sgg.