Rassegna storica del Risorgimento

CLASSI SOCIALI
anno <1951>   pagina <291>
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Le origini dell'interpretazione classistica del Risorgimento 291
critica del Risorgimento come opera di pochi a -vantaggio di pochi.1) L'interpre­tazione classistica del Risorgimento già operava in funzione della critica di esso considerato appunto come fenomeno di classe.
La critica, nelle sue conclusioni negative, poteva essere accettala dalle menti più aperte anche se non socialistiche in senso proprio, e, difatti, Io vediamo ripe­tuta da allora innumeri volte, sempre arricchita nelle inquadrature o nell'imposta­zione o nei particolari: dal Villari (onch'egli partiva dalle considerazioni sul 1866, infausto militarmente con Custoza e Lissa e civilmente con la rivolta di Palermo, e si diffondeva su quella che si disse questione meridionale), nel 1878 dall'Ellero (attribuiva ogni male alla borghesia, alla tirannide borghese, perchè in questa classe non scorgeva le virtù ch'egli vagheggiava pei dirigenti secondo una conce* zione repubblicana classicheggiante, ed esprimeva il proprio disappunto di uomo del Risorgimento deluso proprio come tanti della destra, p. es. il Min ghetti) ;2) da molti altri liberali sociali, dagli stessi mazziniani e dai discepoli del Cattaneo (schiera che comprende una destra col Jacini, un centro col Mario, una sinistra col Bertani e fors'anche un'estrema sinistra col Friscia, più noto come anarchico).3) Invece, nelle enunciazioni programmatiche, la critica del Tucci e del Bakunin si differenziava profondamente perchè additava la necessità di abbattere le tre tirannie secolari, cioè: la Chiesa che, secondo il Bakunin, rappresenta pel popolo la tirannia della coscienza, la scuola e la predica della schiavitù politica e sociale il furto e la frode sul lavoro e l'ignoranza forzata delle classi operaie e contadine , lo Stato centralista (che colla monarchia, col militarismo, colla burocrazia accen­tra e comprime violentemente tutta la vita delle località ed è in sostanza despotismo mascherato), e i privilegi sociali (l'operaio e il contadino, senza del cui lavoro la materia e il capitale nulla varrebbero, oggi, invece di essere gli associati del proprietario e del capitalista, ne sono gli schiavi e quasi sempre le vittime). Il Bakunin si proponeva di creare l'associazione libera di liberi comuni nelle Provincie e di queste nella Nazione, scopo non lontano, in una generica formulazione, da quello propugnato dalla scuola del Cattaneo, che, tuttavia, non seguiva gli anarchici sul terreno del collettivismo. La critica del Risorgimento come opera di pochi a vantaggio di pochi, cioè dell'elemento borghese, sostituitosi' più o meno radicalmente agli antichi oppressori (cioè agli aristocratici e persino agli austriaci: la Rassegna Settimanale del Sennino e del Franchetti il 16 feb*
i) Fin oggi le rivoluzioni politiche in Italia sono state -compiute dal milita­rismo o dalla borghesia; dalle intelligenze che hanno talvolta con moti insurre­zionali modificate le vecchie istituzioni o ne hanno con eroiche spedizioni vinti e distratti i rappresentanti; a questa frazione infinitissima, quindi, le amare disfatte o il tripudio della vittoria i disinganni o i vantaggi, i martiri o gli onori e le pagine della storia. La grande maggioranza del Popolo Italiano, i milioni di operai e contadini sono rimasti estranei a tutti questi fatti; solo tal fiata parte di essi ha servito di strumento alla borghesia, ha combattuto e assicurato il trionfo, è stata guardata come un pericolo, non la si è soddisfatta in nessuna delle suo giuste esigenze perchè contrarie agli interessi borghesi, la si è ingannata, in una, inde­gnamente defraudata e tradita.
Analoga la critica del Lo Savio nel 1868: vedi E. CONTI, Le orìgini del socia­lismo a Firenze (1860-1880). Roma, 1950, p. 87.
I) Sul socialismo dei conservatori, vedi il mio volume Le ideologie socialistiche in Italia nell'età del positivismo evoluzionistico. Firenze, 1951, p. L
8) Sul passaggio dalla democrazia all'anarchismo: R. ZANGHKKI, Celso Ceretti e la erisi dette formazioni democratiche del Risorgimento in Fatti e teorie, 1950.