Rassegna storica del Risorgimento

1846-1849 ; COMUNISMO ; SOCIALISMO
anno <1951>   pagina <312>
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Franco Catalano
sione del socialismo francese ci parla anche il Cori (Albori del socialismo)i Di Francia giungevano ogni giorno esali, noti per opinioni socialiste (come il Ferrari o L'ex-prete Sirtori, un combattente di febbraio che aveva partecipato alle aspira' zionì di redenzione religiosa e sociale del Lamennais e del Buchez) e ad CBSÌ si aggiungevano, spesso con delicati incarichi ufficiali, Francesi che venivano in Italia, professori di barricate, e maestri di socialismo (pp. 396-397).
Così, sì diffusero, pure nel nostro paese, i problemi riguardanti l'organizza­zione del lavoro, i compiti dello Stato nella società socialista, l'uguaglianza di tutti gli uomini. Certo erano problemi che, nella loro forma teorica, venivano affrontati, in particolare, dai conservatori e dai reazionari per respingerli decisa* mente come la rovina della società: nel Consiglio generale della Toscana, si respin­geva, nella prima metà del luglio 1848, non solo la petizione di tal Giuseppe Cirri, secondo il quale si sarebbe potuto risolvere il problema della disoccupa­zione colHstituzione di opifici nazionali (G. Andriani, Socialismo e comunismo in Toscana, in Nuova Rivista Storica , 1921, pp. 208-209), affermando che si trat­tava di una delle solite utopie dei cosi detti socialisti, che, sotto pretesto di sognato ordinamento del lavoro, inceppano la libertà ed attentano alla moralità dei cittadini onesti ed operosi, ma non si accettava neppure l'espressione libertà del lavoro che il Salvagnoli aveva introdotto nel testo dell'indirizzo della Corona. Ed il Cavour, parlando delle Considerazioni economiche su problemi sociali messi in campo dalla rivoluzione del 1848, dedicava tre quarti del suo articolo alla parte meno assurda, la più speciosa dei principii socialistici, quella relativa all'organizza­zione del lavoro , che suscitava nei popoli vaghe speranze, mal definiti desideri .
Ma gli operai delle varie città italiane, per quanto non comprendessero, forse, talora con chiarezza il significato preciso di tutti questi problemi teorici, intesero, però, subito che la rivoluzione parigina apriva loro la possibilità di una nuova vita; ed incominciarono, allora, ad agitarsi, a scioperare richièdendo salari più alti, riduzione dell'orario di lavoro, insomma, un miglioramento delle loro condizioni. E la borghesia vide con sospetto e con terrore queste agitazioni che attestavano, in un linguaggio ancora non inteso, come dice A. Gori (Gli albori del socialismo, p. 401), di un nnovo diritto operaio, che chiedeva cittadinanza nel codice del­l'Italia nuova . Ed è ancora lo stesso Gori che ci fa una specie di riassunto di questi scioperi: In marzo si ebbero agitazioni di facchini e tipografi a Firenze. Il 3 e 4 aprile Milano, sorpresa e sgomenta, vide una dimostrazione numerosa e militarmente ordinata di garzoni sarti, che chiedevano miglioramento di condizioni. II 5 aprile scioperarono i tipografi a Genova, domandando aumentati i salari e costi­tuendosi in lega di resistenza. Poco dopo, sempre a Genova, scioperarono i sarti e fu forse il primo sciopero completo di quella categoria. Il 25 scioperarono i facchini del porto di Genova. Lo stesso giorno, i tipografi a Napoli. Il 3 maggio gli operai tipografi milanesi facevano una dimostrazione alla sede del Governo provvisorio... In maggio e giugno si minacciarono scioperi di sarti e calzolai a Torino (p. 401). Era veramente, come notava un Bullettaio pubblicato dai giornali genovesi danneggiati dallo sciopero dei tipografi, l'esempio di quelle leghe offen­sive e difensive degli operai contro i capitalisti, che tanto conturbano l'industria fran­cese , Si apri, così, la seconda fase delle rivoluzioni del 1848, la fase che potremmo chiamare cittadina, perchè in essa assumono gronde importanza le agitazioni degli operai di città, come Livorno, Genova, Milano, Bologna che si trovano all'avanguardia in' questo tentativo della classe operaia di conquistare nuove condizioni di vita.