Rassegna storica del Risorgimento
1846-1849 ; COMUNISMO ; SOCIALISMO
anno
<
1951
>
pagina
<
315
>
Socialismo e comunismo in Italia dal 1846 al 1849 315
ai erano avuti i primi accenni alla lotta di classe. Afa la plebe cittadina non poteva avere la forza, perchè priva ancora di capi sorti dal suo seno e ad essa legati, di creare stabili governi, capaci di resistere per un periodo più o meno lungo alla reazione che si sarebbe, inevitabilmente, abbattuta su di essi. Si ebbero, invece, esperimenti di governi diretti da rappresentanti di quella borghesia commerciante o industriale, o anche della media borghesia, che le classi popolari avevano sentito, in un primo tempo, come più rispondenti ai loro interessi. Governi, peraltro, molto più democratici dei primi diretti dalla borghesia moderata. Si ebbero, così, i governi del Guerrazzi in Toscana, del Mazzini a Roma, del Manin a Venezia. Ma tutti e tre continuarono a combattere il socialismo ed il comunismo come i loro principali nemici, distaccandosi, in tal modo, a poco a poco proprio da quei ceti popolari che erano stati, all'inizio, i loro più attivi sostenitori. È noto, infatti, come il Guerrazzi combattesse accanitamente il comunismo (in una sua lettera al Granduca dice: Le mondo un dispaccio telegrafico di Livorno. Consideri L'A. V. come procuro che si ricevano a Livorno i Rossi e i Comunisti, Ribaldi e retrogradi vanno contenuti del pari , riportata in Gennarelli, op cu., pp. LXI-LXII) e come combattesse anche la repubblica: in un'altra sua lettera, pure al Granduca, scrive; Continuano ferimenti notturni in Livorno e grida contro l'attuale ordine di cose come Viva la Repubblica. Sospettasi non senza giusti motivi che gente straniera e pagata operi simili misfatti (in Gennarelli, pp. LXXXVII-LXXXVIII). Perciò, lotta contro il comunismo e contro la repubblica che erano, poi, le due aspirazioni delle masse popolari, in quanto esse vi vedevano la promessa di un ordinamento più giusto.
E, per quanto riguarda il Mazzini, è più che noto come egli abbia sempre respinto con sdegno ogni accusa di socialismo; e quasi tutti i protagonisti della Repubblica romana sono concordi nel respingere quella taccia. Nelle istruzioni dei Triumviri, consegnate all'ambasciatore Carlo Luciano Bonaparte il 30 giugno 1849, troviamo detto: L'indole, le abitudini, i locali bisogni dei popoli romani offrono amplissime garanzie della natura moderata e conservatrice della nostra repubblica: talune utopie di sedicenti repubblicani rossi e socialisti sono affatto inesplicabili appo noi... (riportate in Demarco, Una rivoluzione sociale, pp. 287-288). Oel Manin, poi, è noto come egli rappresentasse la vecchia repubblica oligarchica veneta, molto più che una nuova repubblica democratica moderna.
E questo, sebbene la polemica reazionaria ed in particolare, quella del clero, si sforzasse di far passare il Guerrazzi, il Mazzini come veri socialisti, come comunisti. Durante il 1849, l'accusa di socialismo e comunismo viene ancor più esagerata, e si giunge ad accasare di essere tali persino i moderati. Ma la campagna, che viene guidata dal clero, perchè il più interessato, ha l'evidente fine di vincere le resistenze dei moderati e le difficoltà che questi sollevano contro il ritorno puro e semplice ai regimi reazionari antecedenti la bufera rivoluzionaria: i moderati avrebbero voluto conservare almeno le Costituzioni e le garanzie da esse formulate. E ciò si capisce perfettamente: rappresentavano quella borghesia che aveva raggiunto tutte le sue conquiste con le Costituzioni e ritornare ad esse avrebbe significato riprendere quel potere che loro era sfuggito nel seguito delle rivoluzioni; mentre ritornare alla situazione anteriore alle Costituzioni significava, per loro, perdere tutto e ridare il potere a quei ceti a cui l'avevano faticosamente strappato. La violenta campagna del clero e dei reazionari tende, perciò, a dimostrare come la politica moderala sia reaponsabile, al pari di quella più democratica, degli