Rassegna storica del Risorgimento

TRIESTE ; CIRCOLO GARIBALDI
anno <1951>   pagina <349>
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// Circolo Garibaldi di Trieste per /'Italia Irredenta 349
contributi finanziari, e da Bologna lo studente e poi avvocato Eugenio Jacchin, il quale avendo ricevuto per posta, a Trieste, nel 1889, un paio dì copie dell'Eco, indiriz­zai egli a Bologna, fu bandito dall'Austria, come cittadino italiano.
La pìccola famiglia del Ci rcoU Garibaldi non andò esente nel Regno, da dissensioni e screzi, specialmente per l'intransigenza di qualche vecchio emigrato, che, partecipò da lunghi anni delle lotte- politiche italiane, non sapeva far tacere i propri risentimenti partigiani di fronte all'obbiettivo principale della comune idealità nazionale. Invece gli emigrati più giovani, assuefatti a concentrare tutte le loro aspirazioni ed energie nella lotta contro l'Austria, vi sacrificavano, con mirabile disciplina, ogni passione di parte.
La vecchia aristocrazia dell'emigrazione giuliana, cioè i superstiti dei Comitati del 1866, Giorgio Baseggio, Tomaso Luciani, Paolo Tedeschi, Antonio Coiz, ligi alla Monarchia e al Governo d'Italia, qualunque esso fosse, invitati dal gruppo di Milano della nuova associazione ad accostarsi alla stessa e ad appoggiarla co' suoi maturi consigli, non aderì, considerandola troppo incline per programma e mezzi d'azione ai partiti estremi. Luciani era il più propenso a secondare le nuove correnti, frenato però dal moderatissimo Baseggio, che pensava di opporre al Circolo un comitato di anziani con l'inclusione del senatore Alberto Cavalletto e dell'ambasciatole Costantino Ressman, ormai perduto alla causa dell'irredentismo. Ma non ne fece nulla, restando sempre, come vedremo, passivamente ostile al nostro Circolo giova­nile e alla sua attività nel Regno, e Noi non possiamo (scriveva il Baseggio al Luciani) avviare alcuna seria e utile trattativa con gente che manca dei più ele­mentari requisiti per comprendere l'indole e i modi delle elucubrazioni a cui vorrebbero dedicarsi, doversi quindi lasciarli fare a loro posta, e rimanere noi, come per lo passato, stretti nei nostri propositi e fidi al vecchio sistema. Se agli altri riescirà di ottenere qualcosa, tanto meglio; se comprometteranno il conse­guimento dello scopo comune, avviseremo al da fare . Questa lettera, del 19 otto­bre 1885, seguiva ad una lunga giustificazione sull'indirizzo del Circolo in Italia, scritta con grande deferenza al Luciani dal distinto giovane ingegnere Emilio Venezian, uno dei più assidui collaboratori de L'Eco dell'Alpe Giulia.
Raimondo Batterà, benché inclinato personalmente, anche per pratica opportu­nità, alla democrazia repubblicana, onde il movimento irredentista traeva allora il maggiore per non dire l'unico assenso ed appoggio, cercava di conciliare gli animi* destreggiandosi fra le opposte tendenze. Ma non sempre ci riusciva. Già nel momento della sua fondazione, il Circolo parve a molti di tinta troppo radicaleggiente. Paolo Tedeschi, invitato dal Manzani ad onorarlo della sua adesione, se ne schermi dicendo: La mia è sempre l'antica impresa di Garibaldi: Italia e Vittorio Emanuele. Con questi principi potremo compiere un giorno forse Pimpresa. Più tardi sorsero dissapori piuttosto acuti in seno alla Sezione milanese, ira il dottor Riccardo Fabris, moderato, eParch. Antonio Tabai, mazziniano, sì che ambedue si dimisero dal Consiglio Direttivo di cui facevano parte. Giù avvenne nel 1889, ma già nel 1887, mentre tra Milano e Trieste correvano le trattative segrete d'un primo progetto di spedizione armata sul litorale istriano, alla quale, oltre al gruppo politico deUTmbriani, prometteva il suo appoggio il giovane deputato radicale romano e scultore di grido Ettore Ferrari, che nel maggio fu a Trieste, fl Fabris aveva espresso il suo pensiero risolutameli te contrario ad ogni iniziativa di tal genere in una lettera al Batterà: Oggi (cioè dopo l'assunzione di Crispi albi Presidenza del Consiglio dei Ministri) ogni illusione è caduta: a scadenza più o meno prossima saremo coinvolti in una guerra contro la Francia e la Russia, a