Rassegna storica del Risorgimento

BORGHESIA ; DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; NAPOLI (REGNO DI)
anno <1951>   pagina <356>
immagine non disponibile

356 Domenico Demarco
Al di sotto del l- due ci assi privilegiale dei nobili e del clero, che si dividevano i tre quarti delle terre del Regno, stava una plebe abbrutita, composta di conta­dini, artigiani, braccianti, ecc., sui quali gravavano tutti i pesi di quella società. L'agricoltura intristiva, schiacciata dai gravami feudali, e molte erano le terre incolte tenute a pascolo, le quali nulla o quasi rendevano. La proprietà fondiaria era fatta immobile dalla legge, e, quindi, messa scarsamente in valore. La coltura del terreno era ostacolata dai bassi prezzi dei prodotti agricoli, non già deter-minati dalla libera concorrenza o dalla naturale fertilità del suolo, ma imposti dal sistema annonario vigente, dalle proibizioni commerciali, ecc. Gl'investimenti del capitale nell'agricoltura erano resi impossibili dai vincoli feudali, dalla man­canza di pubblici registri ipotecari. La proprietà, che era esente da tributi, se nelle mani dei nobili e del clero, era invece gravata di livèlli, decime, quinte, censi, gabelle, se nelle mani del colono. Le conseguenze di questo mancato sfruttamento del terreno erano risentite soprattutto dai lavoratori della terra. Legati alla gleba, angariati dal barone o da chi ne faceva le veci, essi si cibavano di pane nero, vivevano in capanne, le coperte dei loro letti erano niente altro che dello strame, è. nei periodi di carestia, erano costretti a cibarsi di erbe.
Tra nobiltà e clero, da un lato, e le classi inferiori della popolazione dall'al­tro, si era venuto col tempo inserendo un medio ceto, che aveva saputo acca­parrarsi un posto non disprezzabile al banchetto feudale. Esso non si era formato come altrove, per l'arte delle armi, del commercio, dell'industria, ma, in genere, per l'esercizio dell'avvocatura, ed era perciò costituito in gran parte da gente di toga, divenuta numerosa per lo stato caotico della legislazione che giovava immensa-mente alla moltiplicazione dei legulei, tanto più che, per entrare nel ceto dei curiali, per esercitare una professione cosi lucrosa, non si richiedevano né studio, ne esami, ne pratiche, ne laurea. Verso il 1792 nella sola capitale si contavano ben 3.600 persone tra procuratori e avvocati e di questi fortunati qualcuno guadagnava fino a 15.000 ducati all'anno: era il più attivo e più florido ramo di commercio che fosse in Napoli , informa un contemporaneo. Ma non sono soltanto gli eser­centi professioni liberali a comporre questo ceto. Molti ecclesiastici avevano potuto elevare a condizioni migliori se stessi e le loro famiglie, e in certi casi si erano arricchiti. A costoro bisogna aggiungere la numerosa schiera degli affittuari, i quali coll'esercizio della pastorizia, con l'abile sfruttamento delle loro terre e dei contadini che la coltivavano, favoriti dalle buone annate, dal protezionismo gover­nativo, dalla modicità delle pubbliche imposte, avevano potuto ingrossare, di anno in anno, i loro risparmi Questo medio ceto era il primo nucleo di una borghesia in una società fondata sul privilegio della nascita.
L'artigianato era chiuso, come nei secoli passati, in corporazioni, o fratrie, godenti esse pure di privilegi, che li proteggevano contro il lavoro libero e la concorrenza. Tuttavia esso non riusciva a svilupparsi a causa delle regolamentazioni che l'opprimevano, privo d'istruzione, di libertà, di dignità, vessato da tributi a favore del fisco, e da servizi feudali a favore del barone. La legislazione in materia economica impediva lo sviluppo industriale. Sull'industria gravavano, non solo tributi speciali, ma le imposte di cui i due terzi delle terre erano esenti, ed essa era divenuta sempre più anemica col sistema dei prezzi, dei processi tecnici, dei monopoli fissati ed imposti dalla legge. A questo bisognava aggiungere la man­canza di capitali Il prestito ad interesse era proibito, perchè tacciato di usura: nella stessa Napoli il danaro veniva tesaurizzato, o, al massimo, si prestava allo