Rassegna storica del Risorgimento

BORGHESIA ; DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; NAPOLI (REGNO DI)
anno <1951>   pagina <363>
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La borghesia fondiaria del Regna di Napoli, ecc. 363
turavano ad applicare i vecchi, superati metodi di coltura. A proposito della deca* densa dell'agricoltura in Sicilia, un contemporaneo spiegava che essa dipendeva, non tanto dall'ignoranza dei metodi di coltivazione e della scienza agraria, quanto dall'assenteismo dei proprietari: Si divulghino tali scienze quanto più piace-; egli scriveva il fittaiuolo a breve tempo non ne trarrà alcun vantaggio e prose­guirà a spolpare una terra che non è BUA; il grande usufruttuario non sagri/ietterà una parte, abbenchè minima, del godimento presente alla certa speranza d'un futuro che non gli appartiene.
Certamente dove esisteva la media e piccola proprietà la terra era coltivata meglio; ma, se la piccola coltura rispondeva bone ai bisogni di determinate zone, la sua introduzione artificiosa non avrebbe portato buoni frutti. In certi luoghi resistenza del latifondo era indispensabile. Accanto a vaste pianure passibili di coltivazione, c'erano terreni poco fertili* zone montuose e boscose più adatte al pascolo che all'agricoltura. Sarebbe stato male peggiore distruggere tutto il lati­fondo mediante la sua riduzione in piccoli appezzamenti. Sarebbe occorso invece rendere più produttiva l'agricoltura con una trasformazione delle colture, con l'im­piego di un maggior numero di lavoratori, di macchine, di concimiti della irrigazione.
All'agricoltura mancavano i capitali. La massa monetaria c'era e forse non pic­cola, ma la maggior parte rimaneva infruttifera a causa della scarsa attività di coloro che avrebbero dovuto usarne. I detentori non volevano disfarsene tanto facilmente, e ciò contribuiva a tenere alto il saggio d'interesse del danaro. Per le operazioni commerciali, a Napoli, l'interesse era del 12, quello per il mutuo ipotecario, leggermente inferiore, e nelle altre province si aggirava in media intorno al 15 . Il problema della scarsezza di capitali era uno dei più gravi. Infatti, solo con l'investimento di somme ingenti si sarebbero potute attuare delle tra­sformazioni agrarie tanto necessarie per un sensibile progresso. Ma il capitale rifuggiva da quegli investimenti dai quali era impossibile aspettarsi profitti im­mediati, laute e sicure rimunerazioni.
Questa scarsezza di capitali, questa difficoltà di credito aprivano la porta al flagello dell'indebitamento cronico. Nonostante l'agricoltura arretrata, l'ignoranza dei coltivatori, la pessima amministrazione colonica, i gravi pesi fiscali, le terre di Puglia, per esempio, die erano tra le più ricche, davano il 20 di reddito. Tuttavia gli agricoltori erano poveri; le più grandi aziende agricole versavano in miseria, solo pochissimi proprietari si tenevano a galla, ed erano i possessori di estesi latifondi o i proprietari di greggi numerose, i quali, per le loro vistose rendite, non avevano bisogno di aiuti. Gli altri mancavano di mezzi propri, e, se facevano ricorso all'usuraio, segnavano il patto della loro rovina. L'usuraio, detto in Puglia la speculatore, prestava il danaro all'interesse dell'I al mese, con restituzione del capitale e interesse a tutto maggio. Ma a maggio l'agricoltore non poteva pagare: egli allora implorava nuovi soccorsi dal suo creditore, si assoggettava a tutte le condizioni che gli venivano imposte, e queste concludevano per lo più con la cessione dei loro prodotti ad un prezzo stabilito iu precedenza, inferiore a quello di mercato, quale ai sarebbe avuto il giorno della consegna: a prezzo rotto , come si diceva. Se il raccolto era ubertoso l'agricoltore si spo­gliava di ogni cosa, pagava, e Tanno prossimo tornava da capo, arrischiando le poche sostanze per arricchire usurai oziosi ed infingardi; se era scarso, come sovente accadeva, egli prometteva di estinguere il suo debito l'anno prossimo. Ma allora al debito principale BÌ aggiungevano gl'interessi da novembre a maggio,