Rassegna storica del Risorgimento

BORGHESIA ; DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; NAPOLI (REGNO DI)
anno <1951>   pagina <366>
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Domenico Demarco
5. LA POLITICA FINANZIARIA E DOGANALE DEL GOVERNO
Far essendo l'agricoltura quasi esclusiva fonte di ricchezza del Regno, il governo borbonico non- si preoccupava di incoraggiarla. Per contro, con, la sua politica finanziaria e doganale esso finiva, anche senza volerlo, per creare non lieve danno all'attività agricola. Ciò è chiaro se sì pensa che la terra rappresentò sempre il bersaglio della pubblica finanza. Il sistema tributario non era oppres­sivo, sia per il numero delle imposte die por l'ammontare delle aliquote. La ren­dita fiscale si aggirava intorno ai 26-27 milioni di ducali annui, e, se tale somma era superiore a quella che si percepiva nelle epoche precedenti al 1806 e anche durante il governo francese, l'anniento non può ritenersi eccessivo. Il gravame fiscale era relativamente minore, se si tiene conto dell'aumentata popolazione e dell'aumento considerevole della ricchezza individuale, per lo sviluppo economico raggiunto dal paese. Inoltre, in passato le imposte erano riscosse arbitrariamente, e mai interamente affluivano alle Casse dell'Erario, erano poi molto gravose a causa delle immunità in vigore e colpivano perciò solo una parte della popolazione, la meno agiata. Negli anni successivi al 1815, invece, esse erano state meglio ammini­strate, ripartite, impiegate più utilmente, e finivano per riuscire meno pesanti.
H sistema tributario era ordinato con grande semplicità. Nei domini conti­nentali, l'imposta fondamentale era quella fondiaria che dava alla finanza un introito di circa un terzo dell'entrata complessiva, cui seguivano, per importanza, i dazi doganali, le imposte di consumo, le privative fiscali, il lotto, ecc. In Sicilia, invece, il maggior gettito era dato dalla tassa sulla macinazione dei cereali, cui seguivano l'imposta fondiaria, i dazi doganali, i diritti di navigazione, le imposte di consumo, tra cui quella sulla carne, riscossa nei capoluoghi di provincia, i diritti di registro, ipoteche, ecc. Quasi completamente esente dai pesi fiscali era la ricchezza mobiliare. Lievissime le tasse sugli affari e sui trasferimenti di pro­prietà; le successioni non erano tassate. Così grazie alla sua semplicità il sistema tributario, del Regno poteva sembrare riuscisse il più adatto allo sviluppo econo­mico del paese.
L'imposta fondiaria (contribuzione fondiaria) era stata introdotta dalle leggi dell' 8 agosto e 8 novembre 1806, che avevano abolito numerosissimi tributi diretti, una parte dei quali, siccome non colpivano i beni feudali, gravavano maggior-mente sul popolo, e sostituito ad esse una imposta unica sulla proprietà terriera, sui fabbricati, sui crediti verso lo Stato, sul reddito dei capitali investiti in com­mercio superiore ai 100 ducati. La mancanza di esatti catasti aveva però reso diffi­cile e spesso arbitrario il lavoro di valutazione 0 ripartizione del tributo. Per la valutazione dei demani feudali e comunali, die non risultavano dai vecchi catasti era stato necessario contentarsi di indizi forniti dagli interessati, ed era stato facile occultare interi fondi, o parte di essi e farli valutare per somme inferiori al vero. La determinazione del reddito netto del fondo (imponibile) era riuscita anch'essa difficile, spesso eseguita senza precisi e intelligenti criteri. A volte erano stati presi per base i canotti di affitto percepiti nel decennio 1796-1806, nel quale i prezzi dei prodotti agricoli erano stati insolitamente alti, e quindi non avrebbero dovuto essere assunti come Indice di redditi normali.
L'inesattezza dei catasti e delle operazioni di valutazione portava, come con­seguenza, che la distribu/ionc dell'imposta risultasse disuguale e non proporzionata