Rassegna storica del Risorgimento
BORGHESIA ; DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; NAPOLI (REGNO DI)
anno
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1951
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pagina
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369
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La borghesia fondiaria del Regno di Napoli,, ecc. 369
a quello di vendita e 3 per l'imposta fondiaria biennale, la rendita biennale del proprietario, ai era ridotta a ducati 2, essa cioè- era cadala dai ducati 11 a ducati 2, ossìa si era ridotta a meno della quinta parte, e rimposla fondiaria, che un tempo non eccedeva il quinto della rendita, era salita ai tre quinti, cioè era aumentata del triplo].
Ad eccezione di quei luoghi dove i prezzi dei prodotti agricoli erano piuttosto elevati, o tali da permettere, oltre ad un'alta remunerazione, la traslazione del tributo fondiario sui consumatori, generalmente i proprietari risentivano penosa* mente la pressione fiscale. Se nella maggior parte dei casi il tributo fondiario non veniva trasferito sui consumatori, ai proprietari di terra non restava che riversarlo sulla mana d'opera agricola, ma anche questo ripiego soffriva . suoi limiti, perchè ove le condizioni dei contadini erano troppo misere, caso non infrequente, il trasferimento della imposta non era possibile. Data, quindi, la impossibilità di trasferire il tributo sulle classi lavoratrici, è facile comprendere come l'imposta fondiaria, gravasse per intero i proprietari agrìcoli, con grave pregiudizio della borghesia fondiaria. Probàbilmente anche per questo, il valore dei terreni era diminuito. Le terre più fertili del Regno, scrive un contemporaneo, come sono quelle di Puglia, in massima parte, hanno poco valore nelle presenti transazioni della vita civile. Una versura1) di terra in Capitanata, della migliore condizione e, per meglio dire, della prima classe, non vale più di 90 ducati, depurati del canone e della fondiaria.... Anche le disposizioni del 1817-1818 di non rivedere fino al 1860 e al 1880, l'imponibile fondiario, potevano solo in apparenza riuscire vantaggiose e stimolare le migliorie agrarie. In un paese, dove non esistevano istilliti di credito e il costo del denaro era alto, privo di scuole che diffondessero l'istruzione tecnica, in cui il governo con la sua politica doganale prelevava, per esempio, v sull'olio che rappresentava la metà del valore dell'esportazione totale, un dazio d'uscita del 20 in media, quelle disposizioni riuscivano di scarsa utilità.
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Se il governo non diresse la politica fiscale in modo da far risollevare le sorti dell'agricoltura, non agi più intelligentemente con la sua politica doganale. Il sistema doganale fu sempre ordinato in modo da riuscire, in definitiva, poco favorevole all'agricoltura. I dazi più alti all'esportazione furono sempre quelli imposti sulle derrate agricole. In certi periodi il dazio di esportazione sull'olio raggiunse fino al 25 e si mantenne in media intorno al 20 . E si trattava, come abbiamo detto, di una merce che rappresentava la metà del valore totale della esportazione. Se anche altre circostanze influivano sulle vicende dell'esportazione olearia gli irrazionali metodi di coltivazione degli olivi, gli arretrati procedimenti di fabbricazione, la concorrenza estera , bisogna pur sempre riconoscere che il governo con la sua politica doganale, non fece nulla per mettere i produttori agricoli in grado di mantenere gli antichi mercati e conquistarne di nuovi. Modificando le tariffe, la produzione dell'olio ne avrebbe tratto vantaggio, e gli stessi produttori sarebbero stati spinti a migliorare le colture e a eliminare in parte quella inferiorità, di cui essi soffrivano, nei confronti del prodotto straniero.
Le stesse considerazioni possono ripetersi per un'altra delle più importanti produzioni del Regno: il frumento. Mentre gli alti dazi, imposti all'esportazione
i) Una versura = ett. 1,25