Rassegna storica del Risorgimento

SOCIET? DANTE ALIGHIERI ; STORIOGRAFIA
anno <1951>   pagina <388>
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Vittorio Furiarli
sviluppo fino all'estremo del capitalismo industriale; in Russia, ì comitati dei contadini, degli operai e dei soldati non si erano potati, in realtà, costituire che da un numero ben limitato di operai e da una massa di contadini e di soldati, i quali ultimi, a loro volta, non erano che contadini che la guerra aveva spostato dai campi. Da ciò la tragedia del leninismo, costretto a fingersi una condizione inesistente, e ad agire in conformità con questa finzione, creando una specie di distorsione fra premesse e conseguenze, la quale, grave di derivazioni di natura economica, determinò la resistenza delle classi rurali che si considerarono tradite, mentre non si poteva, per la brevità dell'intervallo, improvvisare una classe ope­raia sufficientemente forte per sostenere tutto il peso della rivoluzione, e mettere, insieme, le basi di quel capitalismo di stato che, si voglia o no, finisce con l'essere la sostanza del comunismo. Da ciò, anche, il sorgere della politica di compromesso sociale della NEP, che doveva permettere alla rivoluzione di riprendere fiato.
Ciò che questa ripresa significasse, lo si vide allorché, rinsaldata l'ossatura dello slato, costituita una robusta burocrazia e un'organizzazione poliziesca perfetta non meno che spietata, s'iniziò la fase staliniana del supremo tentativo di raggiun­gere, con uno sforzo eroico e il sacrifizio di milioni di individui, quella completa organizzazione industriale che avrebbe fornita la sua giustificazione al comunismo. Caratteristica inversione del processo rivoluzionario per cui esso, condotto allo scoppio del movimento, col far operare una classe dotata di altre aspirazioni e una condizione di malcontento nata, non dalla maturità dello sviluppo capitalistico, ma dalle opposte condizioni di servita e miseria, feudalistiche, si accinge, appena dopo compiuto l'atto risolutivo della distruzione della classe dominante, alla creazione di quel proletariato industriale che sarebbe dovuto essere la sua premessa.
Quando, nel 1919, ci radunavamo, sotto la presidenza di Bosclli, nel Congresso della Danto queste cose erano solo in parte accadute; e anche se accadute, poco si conoscevano. Inoltre, sembrava che l'Occidente sarebbe rimasto da spetta­tore ad attendere il risultato del grandioso fenomeno: pochi pensavano che l'enorme ondata si sarebbe ripercossa sa tutta la terra. Ci credevamo abbarbicati al suolo, ed eravamo in alto mare. E proprio l'Italia doveva essere la prima a venire coinvolta nel movimento.
L'Italia aveva, per la guerra, sopportato sacrifizi proporzionalmente ben supe­riori a quelli delle altre potenze vincitrici, le quali, dietro a sé, avevano secoli di unità politica, di tradizioni militari, di risparmio finanziario, economico e morale; e, inoltre, dovizia di materie prime e immensi imperi coloniali dai quali, rica­varle, ove subentrasse la penuria, e verso i quali avviare il sovrappiù del proprio prodotto industriale. Il sacrificio dell'Italia, per più di sciagura, e non solo per noi, ma per lutti, non veniva riconosciuto; ì compensi coloniali promessi venivano lesinati, e, da ultimo, ridotti, con inconcepibile leggerezza e sconoscenza, alTirri-jsionc di un Oltregiuba e di qualche inconcludente, o quasi, correzione di confini; creando così quell'esasperazione che doveva condurre, per vie variamente compli­cate, alla guerra d'Abissinia; della quale, Francia e Inghilterra, che dalla prima guerra mondiale -avevano ricavato acquisti territoriali per circa quattro milioni di chilometri quadrati (poco meno della metà del continente europeo) avrebbero do­vuto essere le prime a riconoscerai in buona dose colpevoli, prima di assumere la parte esclusiva di giudici. E notate che se una parte delle colonie tedesche del l'altopiano dei Laghi fosse stata offerta all'Italia, nessun patto d'acciaio si sarebbe mai potuto avere. Non parlo dell'atroce lotta per Fiume nostra e della