Rassegna storica del Risorgimento

SOCIET? DANTE ALIGHIERI ; STORIOGRAFIA
anno <1951>   pagina <389>
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Fra due congressi della Dante Alighieri 389
politica di blandizie verso la allora neonata unione dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, avanguardia di quello slavismo, che pur già da allora non mancava, in Russia, di svelare lentamente il suo volto antieuropeo; quello slavismo ohe ben presto avrebbe minacciato di abbattere la democrazia liberale, servendosi come ariete della Rivoluzione comunista. Sono, purtroppo, cose non soltanto di ieri ma, malgrado ogni esperimento, anche di oggi. La gratitudine, lo sappiamo, non entra nei calcoli della politica; e siamo d'accordo, perchè ciò potrebbe liberarci da qual­che impaccioso peso net presente e nel futuro; ma la stessa cosa dovrebbe essere anche del rancore. Ora, se gli Alleati trovarono conveniente dimenticarsi rapida* mente dell'aiuto che prestammo loro dal 1915 al 1918, perchè furono così solleciti a far valere lo spirito di vendetta, per toglierci quel confine naturale della Patria che era stato l'unico guadagno della guerra combattuta con loro e anche per loro?
Domanda che non sarà, certo, argomento di meditazione per i veri colpevoli, uomini di stato, politicanti, pubblicisti. Dirò di più: possiamo considerarla fuori di posto anche in questo che deve essere un saggio di sintesi storica e non di polemica. Sebbene non si possa non considerare assurda la teoria che la storia possa farsi sine ira et studio, il che significherebbe fuori da ogni principio etico. Tacito, infatti, predicò bene, ma razzolò male.
Tuttavia, anche senza dimenticare il giusto sdegno e il giusto amore, giova a ogni onesto giudice il sapersi mettere nei panni altrui; onde, nel riflettere al contegno che Francesi e Inglesi ebbero verso l'Italia dopo il 1918, vi troviamo, per i primi, una scusa nel fatto che essi (che pur con la loro rivoluzione avevano, poco più di un secolo prima, dato il fomite alle conquiste napoleoniche) o pensavano che il turbine minacciante dalla Russia avrebbe avuto soltanto l'effetto di tenere equilibrio all'altra minaccia della riscossa germanica, o, troppo legati a una pie* cola politica di piccoli tempi e di una piccola Europa, cercavano di mettere la spina jugoslava nel fianco italiano, per godersi, in santa pace, il frutto di una vittoria cosi faticosamente conquistata, e rendere più robusto il proprio naziona­lismo, col travagliare quello altrui; i secondi, intendo dire gli Inglesi, dal canto loro, ligi sempre alla politica nefasta del divide et impera che non li vuole abbandonare neanche in regime laburista pensierosi che l'Italia, distesa come nn grande molo, in tempo di pace, come una gran nave da battaglia, in tempo di guerra, fra tre continenti, togliesse loro, prima o poi, il predominio del Mediter­raneo, non potevano non essere lieti che ci fòsse quella ostilità francese verso la sorella latina, che ci fosse quella spina jugoslava : alla Russia crédevano di non doverci pensare più die tanto, e al suo panslavismo, che forse credevano soffocato e non, invece, valorizzato dal comunismo (e dimenticavano Napoleone!), usciti, com'erano dal pericolo di quell'altro pan, il germanico.
Ma, nel frattempo, la Russia spargeva il suo influsso sul nostro paese, di costituzione sociale più debole, e più aggravato dalla crisi economica del dopo­guerra e mentre si diffondevano le agitazioni dei lavoratori, forniva alla classe dominante e, insieme, all'orgoglio italiano, nato dalla vittoria, umiliato dall'incom­prensione di Wilson e dall'atteggiamento franco-inglese, il modello di un governo totalitario, capace di dare, con la forma esteriore dell'unanimità, i vantaggi di una azione senza opposizioni. Nasceva così, proprio dalla debolezza nostra, resa consa­pevole dalle umiliazioni che avevano infrenato l'entusiasmo della vittoria, quel nazionalismo e quel fascismo che mai, probabilmente* sarebbero sorti in un popolo cosi poco nazionalista e cosi individualista come il nostro, se i suoi ingenti sacri*