Rassegna storica del Risorgimento
PARTITO MAZZINIANO ITALIANO
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1951
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Elio Lodali ni
motivi della opposizione della corrente maggiore dei mazziniani all'impresa di JLibiu: L'impresa libica era certo uno dei doveri civili internazionali che l'Italia risorta avrebbe dovuto compiere.
In Libia, come già nella Tunisia, come nelle regioni balcaniche, l'Italia aveva la missione di recare il senno del suo consiglio, lo slancio generoso dei suoi figli in prò delle sante cause che colà ci chiamavano; il suo esempio di attività, di lavoro, di civiltà, di protezione, soprattutto, contro l'antiumana dominazione turca su tutti quei popoli.
In Libia l'Italia avrebbe dovuto recare la sua bandiera liberatrice e civilizzatrice ad un tempo.
Fece questo la Monarchia ?
No! Essa lasciò andare prima altri a Tunisi, lasciò che il Turco verso cui ostentò sempre amicizia anche guerreggiandolo facesse strazio delle popolazioni balcaniche a lui soggette; e ai cacciò nell'impresa libica senza sentirla né volerla come missione italiana.
Andò in Libia per timore che vi andassero prima di noi la Germania, o l'Inghilterra; e tanto per far vedere al popolo divergendone l'attenzione da Trento e Trieste, schiave della nostra cara alleata che qualche cosa si faceva.
Vi andò senza fede in una missione della Terza Italia nel mondo; senza coscienza di missione civile, e senza la preparazione militare che avrebbe dovuto assicurare l'esito, e risparmiare l'esorbitante numero di vittime italiane e indigene .
Una vivace minoranza, invece, si dichiarò senz'altro a favore della guerra di Libia: in essa troviamo Giovanni Pimi, redattore capo della Tersa Italia e membro del piccolo nucleo ternano dei fondatori del P. M. L; Ermete Tazza anch'egli della vecchia Federazione Mazziniana di Terni; Alberto Gennari, valoroso mazziniano milanese, che pochi mesi più tardi fonderà a Milano il circolo Pietro Barsanti; Eduardo Fra-sini, che per decenni fu tra i migliori scrittori mazziniani. *)
Ma è da rilevare, dal complesso delle pur numerose e vivaci polemiche, che le due tendenze mazziniane finivano per trovarsi d'accordo su una questione di principio: che, una volta dichiarata, una guerra va condotta con la massima energia, fino alla vittoria decisiva sul nemico.
*) Quest'ultimo cosi scriveva da Firenze il 21 settembre 1911 a Felice Albani, che ne pubblicava la lettera nella Terza Italia: La questione di Tripoli appassiona troppo l'Italia perchè io, per quanto non interrogato, non debba dire il mio pensiero, che è recisamente contrario a quanti si oppongono ad un'azione militare.
a Tu sai che io non sono un guerrafondaio, ma sai che non mi faccio ubriacare dall'antimilitarismo.
Se oggi per colpa degl'Italiani c'è la Monarchia anziché la Repubblica, ciò non significa che l'Italia comunque rappresentata debba rinunciare alla sua missione e debba essere disposta a farsi imbottigliare per sempre.
a Oltre che le ragioni sacre del Mare nostrum vi sono le ragioni economiche cui bene accenna in questi giorni Giuseppe de Felice.
Io credo e sento che la questione istituzionale non deve farci dimenticare le vitali questioni nazionali e che sia errare il condannare sistematicamente ogni impresa tendente a tenere alto il nome italiano, solo perchè la democrazia inconcludente non ha saputo e voluto fare la Repubblica.
Tripoli dev'essere italiana, e ehi rappresenta bene o male l'Italia, fa ottima cosa ad affermarlo .