Rassegna storica del Risorgimento

LIVORNO
anno <1951>   pagina <505>
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La città di Livorno per la causa della libertà, ecc. 505
di cacciatori tirolesi ci (u addosso con baionetta in canna. Nacque mi tafferuglio, in conseguenza del quale fummo tutti arrestati. Alcuni furono rimpatriati, altri, eludendo la vigilanza, riuscirono a oltrepassare il confine. Eguali arresti vennero eseguiti a Fiume* a Trieste ed a Zara... Quelli che poterono sconfinare raggiunsero il maggiore Sgarallino, che insieme agli insorti compieva delle ricognizioni strate­giche. Riunito un forte numero di insorti, fu assediato il forte di Trebigné, custo­dito da 500 turchi. Si passarono i mesi di inverno sopra le montagne del Monte­negro, con un freddo cosi intenso che mise a prova la nostra forza di resistenza. D nostro obbiettivo era quello di togliere la comunicazione tra il forte ed i turchi; per conseguire il nostro scopo, dovemmo dare l'assalto ai furgoni dei viveri obbli­gando i nemici a cedere per fame... .
E, più sotto: ... Nei conflitti ci fu dato ammirar la valentia dei soldati mon­tenegrini. Essi portavano a fianco una larga scimitarra, con la quale, come suol dirsi, facevano barba e capelli. Dopo sparali alcuni colpi di fucile, impazienti di tornare all'assalto, mettevano mano alla scimitarra e ingaggiavano una lotta corpo a corpo ilalIn quale ritornavano furibondi Anche il nostro morale era alto; nel fragore della battaglia, pieni di intrepidezza e di stoicismo per la morte, cantavamo un ritornello che avevamo tante altre volte cantato nelle passate guerre d'Italia....
In fine, riferendosi all'ultimo periodo della campagna: ... Nell'aprile sapemmo che il maggiore Iacopo Sgarallino era stato chiamato dal principe Nicola e dal capo degli insorti. II principe Nicola espose l'idea di abbandonare le ostilità con­tro i turchi, perché, non ancora finita la primavera, la Serbia ed il Montenegro avrebbero mosso guerra alla Turchia. Esortò gli italiani a ritornare in patria, congratulandosi con noi per l'abnegazione e per lo spirito di sacrificio dimostrato verso i popoli schiavi della prepotenza mussulmana e ci disse di tenerci pronti per presto riprendere le ostilità. Concluse con queste parole: Noi montenegrini bastiamo da soli a difendere la nostra indipendenza; andrete in Serbia; là il terreno è propizio per voi; quello che farete per loro sarà di utilità per la libertà di tutti i popoli.
La mattina dopo partimmo per la patria diletta. Costeggiammo tutta la Dal­mazia toccando nuovamente Ragusa e Spalato. A Lissa sbarcammo, volendo tributare un riverente saluto ai nostri caduti nell'infausta giornata navale del 1866. Nuova­mente imbarcati, giungemmo a Trieste, ricevuti entusiasticamente dal Comitato irredentista, 9 capo del quale era il banchiere Morati, che ci invitò ad un sontuoso banchetto, in cui furono elevati brindisi alla salute della Patria comune ed alla libertà, delle terre irredente... . 0
ERSILIO MICHEL
J) II Crisi ofau ini (p. 195) riferisce i nomi dei Livornesi che presero parte alla campagna della Erzegovina e a quella successiva di Serbia. Sono 45 nomi in tutti, non compresi altri 18 che furono trattenuti o fatti rimpatriare d'autorità. Nel fasci­colo citato della, rivista Liburni Civitas, edito in occasione del cinquantenario della morte di Garibaldi Kpno riprodotti, in gruppo, i ritratti degli Urtici ali della Legione Italiana in Erzegovina , o meglio, del suo Stato Maggiore. Sono nove in tutti. Al centro si vede il comandante-' Iacopo Sgarallino, con in mano la bandiera tricolore che le donne livornesi avevano consegnato ai volontari all'atto della loro partenza. Alla fine della campagna di Serbia, la bandiera stessa fu deposta nel Musco militare di Belgrado. Cfr.: Luicf PHATKSI. Andrea e Iacopo Sgarallino nei dmeli garibaldini del loro Museo, p. 176. Questo articolo sarà continuato sulla scorta di documenti solo da poco accessibili.