Rassegna storica del Risorgimento

QUESTIONE DALMATICA ; BAIAMONTI ANTONIO ; DALMAZIA ; TOMMASEO N
anno <1951>   pagina <537>
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La questione dalmati-a, ecc. 537
Iiman/il 11 Ho non bisogna trascurare questo fallo di capitale importanza: le ripercussioni della rivoluzione liberale del 1848 trovarono larga risonanza nel set­tore danubiano-balcanico. La rivoluzione ungherese fu aspramente contrastata dalle milizie croate guidate dal bano Giuseppe voti Jellacic, ex luogotenente imperiale d'Ungheria. In compenso del suo lealismo dinastico il bano ottenne per la Croazia una larga autonomia, che trovò la sua concreta espressione politica nella Dieta di Zagabria, la quale fu la culla di tutte le agitazioni pancroate che si manifestarono successivamente in Dalmazia.
Anche la rivolta latente che serpeggiava nelle varie regioni balcaniche perti­nenti all'Impero Ottomano alimentava indirettamente il sentimento panslavista delle stirpi jugoslave. Bande di Haiduti (ribelli fra briganti e patrioti) infesta­vano i territori turchi e rendevano dura la vita alle autorità della Sublime Porta. Lo spirito d'indipendenza nazionale che animava le genti elleniche trovava larga eco nelle altre stirpi balcaniche. Esse tendevano l'orecchio ansioso a tutte le voci di libertà e di redenzione politica e sociale che risuonavano con ritmo crescente nei vari Paesi europei.
Ma l'anima del risveglio nazionale dei popoli jugoslavi fu il clero. Dal 1849, cioè da quando il vescovo Giuseppe Strossmayer si stabilì nella diocesi di Diakovo, il clero croato rappresentò la pattuglia di punta del pancroatismo per quanto con. cerne le sue rivendicazioni nazionali tanto nella Dalmazia quanto nella Venezia Giulia. Basta leggere l'opuscolo Slavi e Italiani dal Judrio al Quarnaro di Lodo­vico Vulicevic, pubblicato a Trieste nel 1877, per convincersene. Ma di questo un'altra volta.
L'abate Liubic in Dalmazia e, qualche lustro più tardi, il vescovo Dobrilla in Istria (dove importò un numero considerevole di preti croati, sloveni, boemi e slovacchi) divennero i vessilliferi dell'idea pancroata promossa, diretta e incre­mentata dal "primate della Chiesa croato, cioè dallo Strossmayer. Ma se la fanatica propaganda del Dobrilla trovò un ostacolo insormontabile nella impermeabilità delle popolazioni italiane, prevalenti nelle zone pedemontane dell'Istria, il clero dalmata potè incrinare l'influenza, sino allora incontrastata, della classe dirigente italiana, suscitando nei contadini (coloni, mezzadri e braccianti) e nei pastori nul­latenenti, gli uni e gli altri in prevalenza slavi o slavizzati, un odio profondo contro i cittadini proprietari di origine italiana.
Le istanze nazionali dei Croati di Dalmazia, sposate ai postulati dell'emanci­pazione sociale del proletariato rurale, imprimevano alla propaganda slava il fervore di una fede religiosa, die som moveva interi strati popolari sino allora lontani dalla vita politica della Dalmazia. Per questi morivi di ordine sociale il movimento nazionale pancroato assumeva un atteggiamento dinamico e liberatorio in contrapposizione al carattere statico e conservatore attribuito intenzionalmente alla classe dirigente Italiana.
Il solco fra le stirpi slave della Dalmazia e la comunità italiana, sino allora vissute in perfetta simbiosi politica, economica e sociale, andò pertanto lentamente approfondendosi, sicché dalla premessa suesposto gli annessionisti croati dedus­sero le seguenti argomentazioni spicciole per comprovare la loro tesi:
1) la grande superiorità numerica delle popolazioni slave sull'elemento ita­liano e quindi la necessità di unificare i croati dinarici con i croati pennoni (mo­tivo nazionale);