Rassegna storica del Risorgimento

QUESTIONE DALMATICA ; BAIAMONTI ANTONIO ; DALMAZIA ; TOMMASEO N
anno <1951>   pagina <538>
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Giovanni Paladin
2) la lotta della campagna sfruttata contro le città sfruttatrici e quindi la necessità d'imporre la supremazia del contado slavo sulle città italiane (motivo politico) ;
3) la lotta contro il monopolio commerciale e bancario in mano degli italiani e quindi la necessità di organizzare cooperative di produzione e di consumo e di creare banche rurali per i contadini e per i pastori slavi (motivo economico);
4) la ripartizione delle terre ai contadini e quindi la necessità di ridurre la supremazìa dei proprietari terrieri sui contadini (motivo sociale);
5) l'istituzione di scuole slave di ogni ordine e grado e quindi la necessità di boicotterò senza tregua quelle italiane, allo scopo di creare una classe dirigente slava da contrapporre a quella italiana in tutti i campi dell'attività pubblica e privata (motivo culturale);
6) la preparazione di un artigianato e la creazione di una marineria integral­mente croati con l'intento di soppiantare quelli tradizionali di origine italiana (motivo imperialista);
7) la rivendicazione martellante dei diritti e delle libertà pertinenti agli slavi e quindi la necessità di demolire le posizioni sociali e i presunti privilegi godati dagli italiani (motivo civile).
A queste argomentazioni, apparse in tono idealizzato negli scrìtti del doti. Co* stentino "Voinovic, replicò il Tommaseo per suffragare la tesi degli autonomisti. La polemica tra i due antagonisti si svolse in forma elevata per concetti e per signo­rilità di stile.
Le ragioni addotte dal Tommaseo per controbattere le pretese croate si pos­sono cosi riassumere:
1. La maggioranza non ba il diritto di sopprimere la minoranza.
In proposito egli afferma a pag. 29: Ma il nome d'Italia qui sposta e falsifica la questione. Io ho già notato che famiglie italiane in Dalmazia senza pure una vena di sangue slavo oramai non ce n'è. Che se questa è ragione a rispettare gli Slavi, è ragione altresì a non odiare o sprezzare a loro che da taluno sono chiamati italiani con intenzione assai men benigna di quella ch'era ne' veneti vecchi pro­nunziando il titolo di Sdiiavoni ; perchè, quando pure questo suonasse dispre­gio, l'altro suona odio..
E a rispettare gl'Italiani la ragione accennata è tanto più forte, quant'essi di numero 6ono minori. Chi non intende ciò, non è slavo; è barbaro; è peggio che schiavone, schiavo.
Né solo i sangui si sono commisti, le glorie e i dolori, le utilità e le spe­ranze compenetratesi, ma scanibiaronsi i nomi stessi. Famiglie italiane spente, vi­vono nelle slave; alle slave lasciarono l'eredità delle memorie e degli averi; famiglie slave assunsero nomi italiani: talché gli odiatori del nome italiano può dirsi che a doppio titolo odiano la patria, rinnegano sconsigliatamente se stessi.
Cotesto tanto ripetere i numeri quattrocentomila e ventimila, è cosa da abbaco, non da codice di diritto pubblico o di civile; è argomentazione che si fa colle dita, non colla testa o col cuore: se non che le dita minacciano di chiudersi e farsi pugno. La storia amentisce cotcsta aritmetica e l'umanità la rigetta (mo­tivo etnico).
2. Il diritto storico della Croazia a dominare hi Dalmazia è pura fantasia. Leggiamo la storia nei fatti stessi, giacché la terra che i Dalmati calcano è
storia viva. Se Venezia non era Dalmazia invece di Bani avrebbe pascià (pag. 18). E più avanti: Dalmazia oppressa ama Venezia; ha San Marco per nome sacro.