Rassegna storica del Risorgimento
QUESTIONE DALMATICA ; BAIAMONTI ANTONIO ; DALMAZIA ; TOMMASEO N
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Giovanni Paludi ti
Gli epìgoni del Baimonli continuarono In lotta per resistenza nazionale in condizioni di estrema difficoltà. Nella Dieta conservarono soltanto sei posti su 42. Gli ultimi deputati dietali furono Ercolono Salvi, Ghiglianovich, Ziliotto, Krekich, Pini e Smerchinieh.
Da quel momento la lotta politica fra annessionisti croati e autonomisti si polarizzò sempre più verso le posizioni dell'estremo nazionalismo. L'esito di questa lotta razziale non poteva essere che la morte nazionale della parte perdente.
Questa ineluttabile conclusione, presentita con nitida chiarezza dagli epigoni di Antonio Baiamomi, portò i difensori dell'italianità dalmatica verso le forme estreme dell'irredentismo che doveva perderli.
La speranza da essi riposta nella guerra liberatrice dell'Italia vittoriosa si tramutò in un'amara delusione. L'Italia vittoriosa del 1918 si trovò impigliata in un cumulo di contraddizioni: da una parte si schierarono i rigidi fautori del principio di nazionalità, secondo i quali la Dalmazia doveva essere lasciata alla Jugoslavia; dall'altra si schierarono le forze dell'espansionismo nazionale che, in nome dell'Italia vittoriosa, postulavano l'annessione integrale della Dalmazia.
Al principio della collaborazione fra le nazioni sì opponeva il principio della lotta fra i popoli, al principio dell'eguaglianza fra le nazioni si opponeva quello dell'ordine gerarchico fra i popoli, determinato dal peso numerico ed economico e dall'evoluzione storica e politica.
Le vicende di Fiume confusero ancora più i termini del problema adriatico.
Il Corriere della sera si fece portavoce della rinuncia alla Dalmazia in nome del principio di nazionalità. Degli storici e scrittori, come il Salvemini, il Marameli?, il Silva e il Borgese, sostennero con solide argomentazioni il diritto jugoslavo alla Dalmazia. Per costoro gli italiani costituivano un'esigua minoranza di fronte alla stragrande maggioranza degli slavi, croati e serbi; pertanto la Dalmazia doveva essere abbandonata in base ai diritti nazionali degli slavi del sud. I buoni rapporti fra l'Italia e la nascente Slavia esigevano questo sacrificio da parte dell'Italia vittoriosa.
A loro volta gli italiani della Dalmazia, che attendevano dalla vittoria la loro salvezza, propugnavano con altrettanto solide argomentazioni etniche, storiche, politiche, economiche e strategiche la necessità dell'annessione della Dalmazia all'Italia. Essi paventavano, e non a torto, il dominio jugoslavo come la servita e la /sciagura della comunità italiana di Dalmazia,
Di fronte al problema dalmatico la stessa Italia di Vittorio Veneto si trovò divisa e discorde. I termini del dilemma rimasero immutabili: o Italia o Jugoslavia. Alla test annessionista prò Italia si contrappose l'antitesi prò Jugoslavia dei rigidi fautori del principio di nazionalità qualificati dalmatofobi.
Gli uni e gli altri, inforcato il paraocchi del principio di nazionalità, trascurarono questo dato fondamentale: che la questione dalmatica non era solamente una questione di nazionalità, ma soprattutto un problema di libertà; dimenticarono che la Dalmazia in sé, prima che croata o serba o italiana, era dalmatica. Anche Venezia l'aveva considerata * nazione a eè . Konstantin Jirecek, slavo, la classificò nazione a sé stante.
II Tommaseo, che a ragione può essere chiamato il padre della Dalmazia, scriveva: In nessun paese forse del mondo vivevano, sulla terra medesima misti, uomini di lingua diversa e unanimi tonto. Chi è che di subito ci divide? U tuo. nome, o Croazia!