Rassegna storica del Risorgimento
ECONOMIA ; FRANCIA ; SARDEGNA (REGNO DI)
anno
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1952
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171
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Il trattato di commercio franco-piemontese (1840-1846) 171
La messa in esecuzione del trattato con la Francia coronò la serie dei prece* denti accordi e rindirizzo della politica economica del Piemonte, il qnale ormai sì era reso conto che le riduzioni doganali, lungi dal rallentare la produzione, l'avevano resa migliore e, a tal ponto sviluppata, da poter concorrere sui mercati esteri. Nel febbraio del 1846 erano state decretate per un più libero scambio altre riduzioni, e, con manifesto camerale del 2 maggio 1846, proprio a causa del trai-trato di commercio con la Francia, si addiveniva ad altee facilitazioni doganali sul vini, sulle derrate coloniali, sulla frutta, sulle porcellane.1)
Ma è anche da ricordare che l'accordo franco-piemontese coincise con lo scoppio della crisi economica austro-piemontese. Subito dopo la firma del trattato di commercio il conte della Margarita espose all'ambasciatore francese i termini del dissidio determinatosi tra Vienna e Torino per il transito attraverso gli Stati sardi del sale che il Cantone Ticino comprava a Marsiglia e a Tolone.2) Come è noto il governo austrìaco raddoppiò i diritti sull'entrata dei vini piemontesi in Lombardia; questa misura equivaleva alla proibizione della esportazione e alla rovina di un considerevole commercio. 11 governo piemontese assunse, sostenuto dall'opinione pubblica, una attitudine intransigente, ma questa attitudine fu possìbile in quanto il Piemonte si sentì economicamente appoggiato dai suoi, numerosi trattati, e circondato dalle simpatie di tutti gli stati con i quali si era legato con convenzioni bilaterali di commercio; questi stati erano ben contenti di non vedere una sola potenza predominante nel Regno sabaudo. E, non per mera coincidenza, nello stesso numero della Gazzetta (2 maggio 1846), assieme al testo della convenzione con la Francia, fu pubblicala la dignitosa esposizione della vertenza austro-sarda.3)
Fu in questa occasione che venne messa a prova la costante .e ardita politica del Piemonte il quale, cosciente delle effettive condizioni economiche del paese, cominciò ad introdurre nella struttura stessa dello stato quella concezione liberale che già pervadeva il settore economico.
In ogni caso il lento e progressivo svilupparsi della mentalità liberistica non fu possibile soltanto per l'evidente convenienza suggerita dalla posizione geografica del regno posto tra Austria e Francia, e dotato dal 1815 del maggior porto della Penisola, quale era Genova. ') Né fu possibile soltanto per l'intelligente collaborazione della borghesia commerciale che, memore dell'esperiènza napoleonica, voleva inserire fi Piemonte'in un ampio e libero sistema economico. Fu possibile soprattutto perchè la classe dirigente piemontese, decisa a migliorare le condizioni con* crete del paese, affrontò con estrema intelligenza i problemi economici, e quelli politici. E quando le dottrine divennero fede interiore, essa passò a tradurle in atto, senza esitazioni. Che se nello studio particolare e minuzioso si riscontrano divergenze individuali, nella visione complessiva il decennio 1840-1850 presenta una profonda unità, dal che si deduce che Cavour portò a termine un'azione da tempo preparata.
SALVO MASTELLONE
*) A. FOSSATI, Saggi, op. cit., p. 195.
2) A.E.P., Corr. Comm,, Turin, voi. Vili, 23 aprile 1846, p. 147. J G. PKATO, Folti e dottrine, op. oit.t p. 242; A. E. P., Corr, Poi, Turin, voi. 316, p. 250.
*) G. PRATO, Fatti e dottrine, op. city p. 46.