Rassegna storica del Risorgimento
ARRIVABENE GIOVANNI ; GUERRA 1848-1849
anno
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1952
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pagina
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228
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228 Federico Curato
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Un terribile morbo ne tarava quella cara esistenza, ne orbava d'un amico così teneramente amato, involava alla Patria un valoroso. Senza che il sito volto si turbasse, senza che dal suo labbro uscisse un'aspra parola, egli soffrì. Lo confortava e Vaddolorava nello istesso tempo la corona d'amici che vedeva costante intorno al suo letto. Guardava con uno sguardo di indicibile riconoscenza quelle benedette e pie donne che incessantemente: lo vegliavano. Oh invero quella infausta stanza, era la stanza dell'esule. L'amore come l'esule sente, nessuno lo sente; il dolore lo purifica. Povere donne egli vi guardava, e nel suo cuore diceva Sorelle del dolore quanto meglio stavate inclinate sul corpo dei giovani guerriglieri feriti nei campi di Lombardia, nelle lagune di Venezia, su gli spalti di Roma!. E con la lunga e scarna sua mano già segnata dalla morte vi ringraziava, e voi gentili piangevate, e tutti piangevamo!
IX.
Quale un gigante Egli lottò con la morte: e quando più non poteva, come il gladiatore dilaniato da mille ferite, posò il capo mestamente, si fece velo agli occhi con la mano, e tranquillamente spirò. Lottò per lunga pezza non per ignobile desiderio di vita; ma perchè non voleva rinunciare allo splendido avvenire per tanta tempo vagheggiato e pel quale aveva affannosamente combattuto, e voleva combattere! Perchè il singulto d'un amatissimo figlio, il pianto d'una tenera sorella, il lamento d'un fratello lontano, e l'angoscia di molti amici, disputavangli il morire. Ma la morte lo ravvolse net suo velo invisibile egli un'altra volta lo respinse per lanciare il suo occhio ad esplorare l'avvenire, a interrogare i destini della Patria. Egli sorrise un'ultima volta come se il trionfo dell'umanità avesse pregustato, come se udito avesse le guerresche armonie raccompagnanti dalla pugna vittoriosa i giovani battaglieri militanti per la patria e per la libertà la libertà questa smania delle anime grandi.
X.
La eterna e viva fede nel morente a noi caro cotanto, qual mai alta e subitine lezione dovrebbe essere per noi. Il nostro morto non vuole le lagrime. Egli ci domanda quanto l'uomo può fare e certo nel pianto non hanno fine i nostri doveri. Ben altri e supremi ne abbiamo. Li compiremo? Il nostro povero morto sperava nell'avvenire. Ma per sperare in quello bisogna prima che speriamo in noi.
XI.
Addio povera esule povero soldato della libertà! Tu come tanti altri avesti per peregrinazione l'abbandono della Patria, per stazione il Campo santo. Addio: i tuoi amici verranno a visitarli con la loro memoria sino nel fondo del tuo sepolcro. E se come abbiamo fidanza, tu non avrai abbandonato Un Cimitero di vivi, per pia degnamente riposarti in quella dei morii, il tuo spirito verrà confortalo. Perdona la pochezza delle mie parole ma esse sono sincere, a sgorgano dal cuore nella piena d'un dolore che non. ha nome. Anche senza di queste tu vivrai in onta olla morte. Quando morire è inevitabile ad ognuno che nacque, lasciar lutto e desiderio di se, .pxemio dato solamente alla conosciuta bontà. Addio ancora. E voi tutti o fratelli voi pure perdonate al vivo per l'amore del morto. Gettate con meco un pugno di terra sulla cara salma, e serbate nel cere una fòrte memoria.