Rassegna storica del Risorgimento
BIANCHI NICOMEDE ; GRILENZONI GIOVANNI
anno
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1952
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pagina
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245
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La polemica tra Nicomede Bianchi e Giovanni Grilenzoni, ecc. 245
era chiamato Pirèin , cioè Pierino. La sua intransigenza repubblicana perigliava quella monarchica dell'avversario, a cui sapeva tener testa, anche quando la polemica slUtava fatalmente nel Tingi uri a e nell'offesa, sia alle persone sia al partito. Dietro lui stava, suggeritore e guida, il conte Grilenzoni, sempre esule a Lugano, dopo la condanna a morte emessa contro di Ini, nel 1822, dal Tribunale Statario di Rubiera. E, dietro Grilenzoni, Mazzini.
Fin dall'agosto la polemica si era fatta rovente. Bei tempi in cui la gente s'interessava a quel che scrivevano i giornali Nel n. 24 del giorno 17 di quel mese, sul suo settimanale, il Casali si rivolse persino al prefetto della provincia perchè intervenisse contro le più virulente e disoneste provocazioni del signor direttore de L'Italia centrale- e nello stesso tempo pubblicò un supplemento, nel quale cento, tra garibaldini e volontari dell'esercito, protestavano violentemente contro don Volpe.
Bastai ' essi scrivevano A don Angelo Volpe direttore de L'Italia centrale unanimemente e francamente protestiamo che quello de L'Italia centrale pia che linguaggio di Giornale, suona gergo di ergastolo; che la provocazione è ormai aggressione: che la misura trabocca, e che tenendoci solidali dei principi professati dai Redattori de La Rivoluzione, ai quali aderiamo, gli improperi e gli oltraggi contro loro turpemente scagliati, li teniamo siccome fatti a noi pure, e ad una voce gridiamo al prete don Angelo Volpe che basta!
E gli gridiamo che basta, fatta pure astrazione da quali siano i principi politici, perocché è il pudore della stampa, la decenza sodale che da lui vengono vituperate, è la tranquillità del paese che vien messa a cimento da lui.
Il Prete don Angelo Volpe parla di coltelli e di pugnali, infamemente associando il nostro Partito cogli assassini di Pesaro e di Palermo:... ma s'egli solo sospettasse di potere averla a fare con dei pugnalatori, non avrebbe impudenza cotanta.
II don Volpe, di rimando, chiamò il conte Grilenzoni un arruffapòpoli clic ha venduto ogni sostanza che aveva in Reggio per andarsene in tempi miti da lei lontano, e che si ricorda de' suoi diletti Reggiani solo quando vuol essere fatto deputato. E, in un supplemento al n. 303 de L'Italia centrale, dal titolo I meriti del signor Giovanni Grilenzoni, pose, sotto forma di tanti capitoletti, le seguenti domande, facendole seguire dalle relative risposte:
Il sig. Giovanni Grilenzoni è un grande? e rispondeva che non lo era nel pensiero, perchè non un libro, che fosse stato scritto da lui, lo ricordava; non un principio egli aveva svolto o ampliato; non un'invenzione la sua mente aveva prodotta, tutto riducendosi a qualche misero articoluccio di qualche rabbioso giornale, pessimamente concepito e peggio scritto; non era grande nell'azione non essendo mai stato alla testa di alcun movimento di popolo o di una sola compagnia di soldati; non aveva mai saputo condurre a compimento alcun piano; non aveva previsto l'esito delle faccende polìtiche; non aveva ne tatto pratico né prudenza; non aveva compreso né il 1848 né il 1859, avendo cercato d'impedire l'unione di Reggio alla Cosa Savoia;
Partecipa egli veramente alta Giovine Italia e alla Carboneria? e rispondeva non esser ciò certo, e che, condannato a morte dal Duca di Modena, il Grilenzoni si era salvato colla fuga, lodevole in un uomo ragionevole, biasimevole in un Mazziniano, che va continuamente predicando doversi l'albero della, liberti inaffiare da torrenti di sangue, cominciando dal proprio, perchè cresca