Rassegna storica del Risorgimento

BIANCHI NICOMEDE ; GRILENZONI GIOVANNI
anno <1952>   pagina <252>
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Renato Marmiroli
Nel pubblicarle entrambe, il dottor Enrico Peri che aveva sostituito il don Volpe nella direzione de L'Italia centrale fece seguire questo commento:
Lascio ai lettori di raccogliere tutte le margherite di iati sono adorni questi documenti e di scorgere con quanta carità il nostro repubblicano abbia trattato quei buoni patrioti che nel 1848 reggevano provvisoriamente in Reggio la cosa pubblica, tra i quali, per non parlare dei viventi basta notare che trovavasi quel­l'anima candida di Domenico Maliani (sic). Tutto quanto si asserisce dal Grilenzoni è falso, specialmente la dove accenna a persone che l'avrebbero indotto a gridare abbasso le Armi Ducali (parole testuali usate invece di stemmi) mentre nessuno aveva sognato di dare tanta importanza* quanta sogliono darne i repubblicani, a quegli oggetti di archeologia.
In proposito ricordo che io col bollore dei. 18 anni dalla mia casa posta dirim­petto al Tribunale udendo quale invasato un incognito, che seppi poi essere il Grilenzoni, gridare abbasso le armi credetti che si volesse abbattere l'istituzione della Guardia Nazionale e che si trattasse di una reazione, tantoché spianai il fucile che avrei sparato nella schiena al gridatore se non fossi stato trattenuto da persona che aveva meglio di me inteso di che cosa si trattava. Il Sig. Grilenzoni mentisce -fortemente quando declina U merito di essere stato il primo e l'unico disturbatore della città nostra nel 1848, e glielo torno a ripetere sicuro che egli non saprà smentirmi quando non preferisca di mettere in opera altri argomenti che la sua teoria a me spiegata nella Stamperia Davolio nel 1859 (cioè il fine giustifica i mezzi) gli potesse suggerire**)
A parte che gli stemmi sono il simbolo d'uno Slato, e quindi hanno un'im­portanza non soltanto archeologica, a parte che i moderati del '48 (di cui il Bianchi fu il prototipo e il più rumoroso esponente) furono alieni dal far cosa che comunque avesse carattere di aperta insurrezione contro il Sovrano (il cui ritorno paventavano), per cui ci tennero a porre bene in risalto ch'essi agivano non d'impulso proprio, ma perchè in istato di necessità, restano le due suppliche del Grilenzoni: sono due documenti dei quali non si può non tener conto per giudicare non l'uomo, ma il patriota.
Disse il Crispi che le due suppliche furono una debolezza e nulla più. Io aggiungo che furono un'ingenuità. Grilenzoni era noto alla polizia ducale, il cui occhio lo seguiva dovunque. Tutti i governi italiani spendevano somme conside­revoli nel servizio di spionaggio. Francesco IV, padre di Francesco V, lo curava personalmente. Fin che visse, Mazzini ebbe alle costole delle spie. Una l'Ae cursi era considerato il suo miglior amico: e fu spia fin che ebbe nato. Ritenere, quindi, che l'attività di Grilenzoni non fosse conosciuta, non è neppur pensabile, non solo per la vita che egli conduceva a Lugano, ma' anche per i non infrequenti viaggi che faceva in Piemonte e in Liguria. Aggiungasi che nel 1839 al tempo dell'affare Bianchi-Giovini - egli, unitamente ai due Ciani e a G. B. Passerini, era stato espulso dal cantone d'Argovia, e nel 1853 era stato coinvolto (con relativo procedimento penale) nella faccenda delle armi di Poschiavo, in occasione del tentativo insurrezionale milanese del 6 febbraio 1853. Egli era quindi noto ììppis et tonsoribus. E, allora, quali ragioni lo indussero a chiedere di poter rimpatriare?
l) L'Italia Centrale, quotidiano di Reggio Emilia, n. 343 del 7 dicembre 1865.