Rassegna storica del Risorgimento
BIANCHI NICOMEDE ; GRILENZONI GIOVANNI
anno
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1952
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pagina
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259
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La polemica tra Nicomede Bianchi e Giovanni Grilenzoni, ecc. 259
è partito all'improvviso. Credo che se voi quindi Martedì siete a Modena mi vedrete sano. Io vado a San Marco. Se per qualunque accidente io non dovessi arrivare a Modena lunedì vi sarò di certo martedì cosichè in ogni caso martedì ci troveremo. Vedete come la eambiale è venuta benedetta; poiché come vi dico VArciduca è qua partito all'improvviso ed io non ho avuto ne tempo ne modo di vederlo, ma se non accade niente Lunedì mattina io sono a Modena quindi regolatevi voi poiché Lunedì dopo pranzo io sono di libertà giacché spero di parlare coli'Arciduca Lunedì mattina.
Queste lettere avrebbero dovuto restar segrete, se non che non essendo state distrutte son giunte fino a noi, consentendo in tal modo allo storico dì ristabilire la verità dei fatti, dai quali emerge che, mentre Giovanni Grilenzoni soffriva esilio e miseria. Nicomede Bianchi aveva modo rinnegando quei principi alla protezione dei quali aveva tanto aspirato alla vigilia della grande favola , come lui chiama il 1848 di inserirsi, come oggi si direbbe, nella causa monarchica, riuscendo ad assurgere alla ben retribuita carica di segretario generale del Ministero della Pubblica Istruzione, nonché agli onori del laticlavio.
L'allusione fatta dal Grilenzoni nel lontano 1848, che cioè il Bianchi più del caldo amor patrio, potesse sentire l'ardore di un impiego, di una decorazione o altro avrebbe forse avuto valore di profezia?
Non so. Certo il vecchio conte reggiano poteva a buon diritto dire di sé:
, JV ,. V* .
A me basta di riconoscermi in diritto di portar alta la fronte per non aver
mai scritto una sola parola che nemmeno alludesse a rinnegazione de' miei ben noti principii, né accennasse a pentimento alcuno della mia politica condotta, (...) Sono questi i due primarii ed imprescindibili cardini sui quali poggiar deve la incontaminata riputazione politica di un uomo d'onore e d'un severo patriota. E che io a questi mi attenessi irremovibilmente, ne desumerete la prova evidente da che ne' tempi andati io mai nulla ottenni, perchè non basta il frasario obbligatorio di forma rispettosa verso chi imperava, ma era necessario per ottenere, di scendere a vili atti di contrizione e di ritrattazione, ed io certamente sarei morto piuttosto di affanni e di stenti anziché deturpare in coiai guisa la mia coscienza e bruttare Vonor mio.
Credete, miei cari amici ch'io perdono di tutto cuore a coloro che vollero ed intesero recarmi gratuite e crude offese coli'attaccare la mìa riputazione politicamente, ed in ispecial modo perdono a certi miei censori, vantatori pubblici e privati di se stessi, ai quali auguro se pur se ne sentono degni tanta pace e sicurezza di coscienza quanta io ne posseggo e godo tranquillamente, desiderando che non debba giammai sentir turbata la loro propria da rinnegazùmi di quei principii che in modo solenne avessero dichiarato e firmato. E col non aggiungere altre parole, presumo quasi di essere abbastanza generoso.1)
La storia, lenta ma sicura ed equanime nei suoi giudizi, di questa generosità gli deve dare atto.
RENATO MARMIROM
*) La Rivoluzione, n. 52 del 3 marzo 1866.