Rassegna storica del Risorgimento

BIANCHI NICOMEDE ; GRILENZONI GIOVANNI
anno <1952>   pagina <269>
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Libri e periodici 269
Manfredi e marchese di Busca in quel di Cuneo, con Beatrice nipote di Tommaso I di Savoia e cugina della omonima moglie di Manfredi, quasi come ombre fatali al nostro storico, come già si erano presentati vivi a lui giovine d'anni gli ufficiali e i funzionari piemontesi eresi nel mezzogiorno a far osservare le leggi del Regno d'Italia. L'ammirazione per Manfredi pare che lo confermi nelle tendenze politiche e storiografiche da neo-ghibellino (sia pure in ritardo), sicché ripete ingenuamente le lodi del Malaspina a Manfredi, e quelle del Villani sul cadavere di lui morto, insieme con le ultime speranze di que* non molti de1 nostri, che volevano la patria né asservita ai papi, né spadroneggiata dagli stranieri , e maledice papa Ur­bano libero di ogni scrupolo di italianità , e il mal seme gettato da Cle­mente TV cogli angioini onde l'Italia meridionale fu cosi a lungo disertata; di nnovo con Manfredi s'inebria del sorriso ineffabile, onde l'arte ha tramandata ai posteri, serena e limpida la sua giovanile immagine . Lo storico neo-ghibellino si commuove rievocando quel San Guglielmo che, ancora giovinetto, lasciali gli agi paterni per la regola di San Benedetto, ammalatosi a Melfi mentre voleva recarsi in Terrasanta, spogliato dai ladroni, divenne pellegrino messaggero di letizia e di con­cordia a tutte le valli dcll'appennino lueano-irpino e maestro di verità ai pugliesi; ma San Guglielmo, il solitario fondatore della badia del Goleto, era nato a Vercelli! e tutta la sua vita tutta la sua dottrina furono di aperta opposizione al mondo della forza e della conquista, che da tanto reo tempo imperava su questa misera sconvolta parte d'Italia. Filopiemontesismo a parte, il Fortunato, ci appare davvero pure attraverso i saggi storici come colui che più validamente si battè con la penna e con la parola per distruggere il mito del {elire Mezzogiorno, sterminata serra riscaldata dal sole, anche se, ricevendone forza, indulse talvolta a qualche altro mito. Felice nell'esaminare con acume critico talune fonti (p. es., la Protesta del Settembrini ridotta a esempio di prosa letteraria ), nelle pagine di rievocazione poetico-erudita, nelle intuizioni singole (p. es., a proposito del brigantaggio post-unitario, sul quale auguriamo che E. Passerin ci dia presto un buon lavoro), ci si accosta sempre ai suoi scritti come a quelli di una grande e retta coscienza, e si richiudono con animo grato a chi ce li ha procurati in eccellente edizione, cui nulla toglie qualche piccolissimo neo tipo­grafico (p. es., il cognome Gualterio constantemente mutato in Gualtiero).
LUICI BULFERETTl
SERGIO MARTINELLI, Ottocento rivoluzionario italiano; Milano, Edizioni Àllegranza, 1946, in 16 pp. 113. S. p.
L'agile volumetto del Martinelli fa parte di una nuova collana, che si propone di esporre succintamente, con indirizzo divulgativo, la genesi e l'evoluzione dei vari movimenti italiani religiosi, politici, sociali, economici del '700 e del '800.
Il Martinelli inizia la raccolta con la rievocazione di tre tra le pia tipiche figure del nostro rivoluzionarisino ottocentesco: Filippo Buonarroti, Ginseppe Mazzini, Carlo Pisacane; tre caratteri dissimili per cultura, per capacità d'ingegno, per virtù fascinatrice, ma accomunati da alte aspirazioni morali, da intenso fer­vore di opere, da sublime spirito di sacrificio.
Le tre biografie, scritte con calore e con snellezza e chiarezza di espressione, rispondono, in massima, al loro scopo modesto; ma non sarebbe stato inopportuno che l'A. le avesse condotte con una più adeguata aderenza agli ultimi risultati
della critica.
Migliori indubbiamente le pagine dedicate al Mazzini, la cui immagine è ritratta, nel complesso, con tocco sicuro. Son messi bene in rilievo i concetti fondamentali della sua dottrina ed è anche ben chiarito come la purissima fiamma.