Rassegna storica del Risorgimento

1859-1860 ; VENETO ; VILLAFRANCA
anno <1953>   pagina <189>
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Il problema veneto dopo Villa/ranca (1859-60) 189
Paleocapa era autorevole portavoce) che ce per ora non giova pensare ad altro che a cercar di riuscire nell'unione dell'Italia centrale al Regno sardo, la qua­le, che pensassero i facili ottimisti, era tutt'altro che indiscussa e sicura, forse il Paleocapa in argomento giudicava istigato dall'abito di pessimismo assunto nelle recenti esperienze: ma il suo pessimismo era forse giustificato dagli avvertimenti e dalle riserve apprese confidenzialmente da Cavour in merito alla situazione internazionale per nulla favorevole alla soluzione del problema italiano.
I dubbi e le perplessità prospettate da Paleocapa a Pincherle scaturivano da un esame appoggiato a plausibili informazioni.
Nessuna illusione poteva nutrirsi nella possibilità di ripiegamento dell'irriducibile intransigenza dell'Austria, di fronte alla quale non era da sperare in un atteggiamento conciliante della Russia e della Prussia, e forse nemmeno della Francia e dell'Inghilterra. H favore di questa verso il regno sardo, a prescindere dalle cautele di non inasprire l'esistente tensione continen­tale, era stato non lievemente compromesso dall'alleanza franco-piemontese, e più ancora dalla promessa cessione delle provincie occidentali. Il muta* mento di equilibrio territoriale, determinato dalla espansione del regno sardo verso oriente a spese dell'Austria e francese a spese del dominio sabaudo, non poteva lasciar indifferente il governo londinese. E se questo non poteva ac­coglier con troppo entusiasmo l'ingrandimento territoriale dell'impero fran­cese contemporaneo all'indebolimento austriaco, il governo napoleonico era anche meno propenso ad appagare le aspirazioni sabaude, sia per prevenire uno spostamento di equilibrio, di cui non si potevano prevedere le conseguen­ze, sia per la preoccupazione di non esasperare i rapporti interni tra stato e chiesa, ponendo in discussione il problema del dominio temporale con intem­pestive annessioni al Piemonte.
Cavour doveva avanzare con molta cautela sopra terreno incerto e cosparso di insidie. Gli sforzi erano diretti a risolvere il problema delle annes­sioni delle provincie dell'Italia centrale al Piemonte e quello della cessione di Nizza e Savoia alla Francia. Pretendere di più. da una diplomazia assai mal disposta e in orgasmo, pareva al Paleocapa, e di riflesso a Cavour, come can­didamente confessò agli emigrati, poco logico .
Nessuno poteva contestare che al regno sardo erano stati imposti ma­laugurati confini, che la Lombardia era esposta a facili invasioni, ma era improvvido errore collegare il problema delle annessioni, che non era pregiudicato da alcuna obbligazione internazionale, a quello veneto, disgra­ziatamente ormai compromesso da due formali trattati, di Villa-ranca e di Zurigo.
Era però altrettanto inopportuno rievocare il voto dell'assemblea vene­ziana del 4 luglio 1848 a favore della fusione con il Piemonte, e fare appello a una sanzione unilaterale, che la diplomazia europea, direttamente o indi­rettamente, mai aveva preso in considerazione, anzi, almeno tacitamente, aveva ripudiato. Gli emigrati, autori di quel voto o consenzienti, Io agita­vano quasi fosse argomento incontestabile, e lo richiamavano alla memoria di uomini politici e di governi come un monito e un rimprovero. *'
-) VAustria nella f'enesia, cit., p 26; CAVALLETTO, La questione, cil., p. IO.