Rassegna storica del Risorgimento
1859-1860 ; VENETO ; VILLAFRANCA
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1953
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197
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Il problema veneto dopo Villa/ranca (1859-60) 197
politico sufficientemente clastico, almeno fino a che fossero stati salvaguardati determinati rapporti, ma traverso una violenta sovrapposizione di un ordine politico contrario alla naturale struttura della vita indigena e con l'applicazione di metodi e di misure coartataci, necessariamente vessatorie, nell'intento di distruggere gli effetti di una lunga tradizione, tuttora operante, e sottomettere gli interessi morali e materiali locali alla contraria superiore esigenza di ordinamenti affatto estranei.
Conseguenza dell'iniziale antitesi era una profonda ed insanabile frattura, nella quale risiedeva la causa prima dello stato permanente di incomprensione reciproca e di intolleranza tra dominati e dominatori, che a questi inopportunamente ispirò quale rimedio una politica di repressione poliziesca e in quelli inasprì la legittima volontà di resistenza, degenerata per spontaneo consenso ad esplosioni violente. Da questa situazione maturò in misura insù* perabile la impossibilità morale e politica di affratellare tedeschi e italiani e di far che questi si rassegnino di buon grado alla dominazione austriaca . Il duro trattamento politico, la persecuzione poliziesca, il malgoverno amministrativo, l'oppressione fiscale, il disagio economico avevano contribuito a tramutare l'originaria avversione in odio profondo, sempre più radicato e sempre più diffuso in tutte le classi, egualmente vessate, e più facilmente acceso nelle nuove generazioni, educate dall'amara esperienza dei padri a rivendicare un diritto umano, ingiustamente soffocato da illegittima tirannia.
Non era presumibile che il governo di Vienna, neppur dopo gli insegnamenti dell'ultimo decennio, dal 1848 al 1859, mutasse condotta, come del resto dimostrava di voler perseguire con tenace inflessibilità; ma non era neppur presumibile che potesse ormai attuare una diversa politica, volendo mantenere il possesso delle provincie venete dopo la decurtazione del territorio lombardo.
Secondo l'opinione del Paleocapa, che era anche opinione di molti, altri uomini politici del tempo, il possesso del Veneto da parte dell'Austria non poteva esser mantenuto se non a condizione di reggerlo con rigori autoritari e polizieschi e nel proposito di riacquistare la Lombardia e distruggere le istituzioni costituzionali degli altri paesi limitrofi, annullando i principi di nazionalità e di libertà, sui quali era impostato il problema italiano.
Presumere una rinuncia da parte dei partiti liberali della penisola a siffatta prospettiva non poteva essere che effetto di una involuzione politica incoerente alle condizioni attuali dell'Italia: ed era illuso chi si riprometteva superare lo stato di agitazione, che si prolungava nel tempo, e con moti forse meno incomposti, ma più tenaci, avallando metodi di compressione o con l'istituzione di un equilibrio affidato ad artificioso ed arbitrario assetto territoriale.
Si giustificava il confine austriaco all'Adige e al Po e saldamente appoggiato al quadrilatero padano con la necessità di assicurare una sicura ed agguerrita difesa militare dell'impero. La convenienza di una soluzione strategica di questo genere era reclamata, si diceva, non soltanto da un interesse austriaco, ma da un interesse germanico. La linea del Reno, si asseriva, si difende prima di tutto lungo il Po, ribadendo, secondo il pensiero dei contemporanei, la vecchia concezione imperiale tedesca, che il terreno naturale di incontro delle forze antagoniste franco-tedesche fosse la valle padana, o, meglio