Rassegna storica del Risorgimento

1859-1860 ; VENETO ; VILLAFRANCA
anno <1953>   pagina <198>
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198 Roberto Cessi
anticipando, come a ragion veduta con maggior verità possiamo constatare, sia pur inconsapevolmente, la prevalenza dell'interesse germanico sopra quello austriaco.
Comunque l'innaturale confine sulla linea PoAdige, per quanto saldato al robusto quadrilatero veneto-lombardo, non forniva i vantaggi politici e militari, che si presumevano, e perchè lasciava sopravvivere ai margini un pericoloso focolaio rivoluzionario assai attivo, e perchè non preservava l'Au­stria da presunto indebolimento nett'equilibrio europeo, insidiata dalla Confe­derazione germanica non meno che dalla Francia, e perchè costringeva il governo viennese ad allargare il sistema difensivo sopra un terreno sfavorevole gravando l'erario di un onere eccessivo.
I fautori della tesi del riscatto del Veneto per danaro si illudevano che l'Austria potesse arrendersi alla convenienza di arretrare il confine alla linea delle Alpi, realizzando, a loro parere, triplice vantaggio, di costruire una soli­dissima linea di facile difesa col potente aiuto della natura, di ridurre in pro­porzioni considerevoli l'onere degli impegni militari, di eliminare un fronte di guerra, quello italiano, una volta garantita l'autonomia del regno dall'Alpi all'Adriatico, e di consentire il concentramento della difesa sul Reno. Che se si credeva, come credeva il Paleocapa, pur dopo tanto scetticismo, e con lui pensavano gli altri patrioti avvinti dalle facili seduzioni di una polìtica semplificatrice, bastasse aumentare la tangente dei risarcimenti da accordare all'Austria in compenso dei lucri cessanti e dei danni emergenti (quali le spese di nuove fortificazioni sulla linea alpina) per effetto dell'abbandono del Ve­neto, fosse pure di 400, o 500, o 600, o 700 milioni, forse si dimenticava che i valori politici di una nazione, specie sul terreno internazionale, non si pote­vano risolvere in una transazione di finanza, la quale al più poteva essere il saldo marginale di risoluzioni principali di natura ben diversa.
Fosse o no l'Italia, unificata secondo le aspirazioni sabaude, capace di sostenere l'onere finanziario del riscatto dallo straniero, il prepotente motivo, che dominava la mente dei liberali nel propugnare la formula tanto cara alla politica piemontese, si compendiava nella preoccupazione, che il Paleocapa con insistenza aveva fatta propria, di far tacere o reprimere gli sforzi della demagogia sovversiva. Compito dello stato italiano, liberato da ogni dominio straniero e ordinato all'interno fortemente, doveva esser quello di far cessare in Italia quel fornito di rivoluzione, che da essa, come da centro, si diffonderebbe poi in molte altre parti di Europa . Strumento dunque di conservazione e di reazione contro i fremiti rivoluzionari, che avevano ispirato ed animato il liberalismo ottocentesco nella sua originaria funzione.
La rivoluzione liberale era ormai cessata e superata. Il problema veneto era ridotto a epigono marginale, che si poteva e doveva risolvere sulla base di una contrattazione bilaterale, isolandolo dal problema politico generale, avallato al più da una garanzia internazionale ai soli effetti finanziari.
II problema veneto, secondo il pensiero della prevalente politica liberale, doveva esser stralciato dal quadro generale dell'equilibrio europeo e collo­cato nella ristretta economia italiana; doveva altresì esser spogliato di obbiettivi sociali incom patibili con la dottrina liberale; doveva diventare parte integrante del problema italiano e risolto in conformità dei principi