Rassegna storica del Risorgimento

1859-1860 ; VENETO ; VILLAFRANCA
anno <1953>   pagina <199>
immagine non disponibile

Il problema veneto dopo Villa/ranca (1859-60) 199
monarchici costituzionali d'ordine e di libertà legale, professati dal governo del re Vittorio Emanuele* in un sistema politico dominato dalla politica sabauda e in assetto sociale di rigida conservazione.
Né rivoluzione, né reazione sembrava essere la formula del liberalismo italiano giunto a maturazione dopo Villafranca, di cui il Paleocapa ai rendeva interprete. Non s'avvedeva però che all'atto di combattere il presunto spirito di demagogia, che aveva caratterizzato nei primitivi fini il liberalismo, apriva l'adito alla reazione, e la supposta alleanza tra demagogia e reazione, agitata per frenare gli impeti generosi di nuove esigenze, era comodo espe­diente polemico di giustificazione di un ripiegamento politico, ma altret­tanto pericoloso per la validità politica e la coerenza dottrinaria dell'idea liberale, inconsapevolmente sospinta, traverso il cosiddetto ordine costi­tuzionale e la asserita libertà legale nell'orbita della reazione, alla cui effettiva cooperazione era automaticamente costretta a fare appello per realizzare l'unità formale d'Italia.
Che al raggiungimento di questi fini fossero d'ostacolo la persona di Francesco Giuseppe, o la suggestione della madre, o l'intrigo delle pos­senti caste militari, o l'insinuazione delle congreghe gesuitiche, era inge­nuità pari a quella di tanti liberali, che avevano fiducia cieca nella facile dialettica del Gobden e credevano nel vantato fascino della sua scienza e della sua abilità politica.
In realtà la situazione era stata cristallizzata non soltanto per la resistenza passiva e l'inerzia della diplomazia internazionale, ma anche per la diffidenza dello stesso partito liberale, ostile a ogni iniziativa, che avesse sapore rivo­luzionario.
L'impeto rivoluzionario, che stava al fondo dell'impresa siciliana di Garibaldi, era stato tempestivamente soffocato dal compassato lealismo monarchico.
Esso aveva risvegliato assopiti sentimenti quarantotteschi, che in una confusa atmosfera di repubblicanesimo e di liberalismo costituzionale risuscitavano il tono del vecchio spirito insurrezionale e popolare.
Con ansia si precorreva la rapida trionfale marcia di Garibaldi da Pa­lermo a Roma, a Venezia; la liberazione della penisola operata dal valoroso irrompere del volontarismo; e volentieri si associava al nome di Garibaldi quello di Vittorio Emanuele, quali simboli entrambi interpreti della coscienza rivoluzionaria degli italiani in contrapposizione del Iegalitarismo conser­vatore di Cavour e di Napoleone III. *)
Ma i facili entusiasmi trovarono presto smentita nel rapido mutamento imposto alla fisionomia della spedizione garibaldina. L'intervento piemon­tese, anziché cooperare allo sviluppo della coscienza politica, che rinasceva intorno al programma di Garibaldi, ne arrestò il processo, cosi come l'aveva arrestato l'anno precedente il mercanteggiamento liberale esauritosi a Villa-franca. Fu per gli ardenti patrioti veneti, nei quali era pur sempre accesa la scintilla della speranza alimentata da indomabile spirito, nuova e non meno amara delusione, mentre i tormentati relitti dell'emigrazione si rassegnavano
1} Cfr, IL CESSI, Critiche anticavourìane di patrioti italiani, in Atti Istìt, Veneto di 5* A. t. CX, p. U4 segg.