Rassegna storica del Risorgimento
1859-1860 ; VENETO ; VILLAFRANCA
anno
<
1953
>
pagina
<
200
>
200
Roberto Cessi
o al silenzio, come il Tommaseo, o alle illusioni e alle ingenuità ài transazioni, che la politica sarda non contrastava, e forse aumentava, per distogliere l'attenzione dagli obbiettivi, ai quali la propria diplomazia si ispirava: il perfezionamento dell'espansione territoriale del regno traverso un'azione militare di governo piuttosto che per atto insurrezionale. Le esitanze cavou-riane prima di fronte all'insurrezione dell'Italia centrale, che si volle normalizzare nella sua intrinseca fisionomia con un processo internazionale di annessione, poi di fronte all'iniziativa meridionale di Garibaldi, prontamente controbilanciata nei risultati dall'intervento regio, nascevano da preoccupazioni interne più che da timori di complicazioni esterne, inoperanti fino a che il loro raggio non si fosse esteso nell'area dell'equilibrio continentale, nel cuore di Europa. E però queste trovarono facile accomodamento con rapido riassorbimento nell'orbita della politica regia.
H problema veneto invece turbava l'interesse diretto di una delle maggiori potenze continentali e minacciava di compromettere la stabilità dei rapporti internazionali. Ai fini della politica sarda ogni manifestazione di carattere rivoluzionario, legale o no, ogni iniziativa insurrezionale non potevano che esser rifiutate, e per l'ispirazione, cui necessariamente dovevano obbedire, e per l'impossibilità di poterle controllare e dominare.
Perciò il problema veneto, mentre un fremito rivoluzionario, presto contenuto, si stendeva lungo tutta la penisola, fu accantonato, e, pur accarezzando con simpatia gelosi sentimenti di genti sventurate e martoriate, se ne frenarono le impazienze con la promessa di un blando liberalismo addormentatore.
Nel cader di quell'anno fortunoso, che aveva visto attuarsi in forma e in momenti imprevisti una realtà inattesa da genti rassegnate a fatale destino, il Paleocapa, interprete di irrimediabile delusione, consegnava allo scritto, forse con intenzione di farne partecipi gli amici, il frutto di amare constatazioni e di speranze fallite. Nelle sue parole vi è qualche cosa di triste e di sconfortato. La sua critica negativa, come il profilo positivo di una soluzione, circondati da tante riserve, non scaturiscono da sicuro convincimento, ma da tormentosa inquietudine di chi ha l'animo diviso fra le sopravvivenze di un ideale superato e la tirannia di un'esigenza politica e morale del momento storico, da cui per naturale evoluzione spirituale non sa straniarsi.
Lo stato d'animo, che si riflette nella sua memoria, era quello dei suoi conterranei, che vivevano delle medesime speranze e delle medesime delusioni, che avevano vissuto analoghe esperienze, ed erano arrivati ad analoghe conclusioni; un senso di attesa, forse non fiduciosa, piuttosto rassegnata, dominata dal contrasto di opposti sentimenti, dall'infinito desiderio dì trovar pace e tranquillità nell'ordine e nella libertà e dal timore di paurosi sovvertimenti sociali.
ROBERTO CESSI