Rassegna storica del Risorgimento

1859-1860 ; VENETO ; VILLAFRANCA
anno <1953>   pagina <208>
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Roberto Cessi
stanze. Ma per riuscire nell'intento io credo invece che sia necessaria non dare né largo nò stretto mandalo, anzi non mandar Deputazione alcuna, ma solo con­fidare in uomini capaci ed atti a sostenere una discussione grave con chi aggiunge ad un grande accorgimento la scaltrezza della diplomazia.
Convengo con voi pienamente essere una povera utopìa degli studiosi del ius delle genti, quella che fa sperare ad alcuni diliberar la Venezia, traendo fuori l'iniquità dei trattati e i fatti storici, e die d'altra parte è veramente ridicolo reputare poco onorevolmente il tentarne il riscatto col danaro, lo aveva letto Par­ticola di Tommaseo e, benché io non sia sempre a"accordo con lui, questa volta lo fui pienamente. Tentare questo riscatto si deve, perchè nulla si deve ommettere ed anch'io lo reputo il solo partito pratico, ragionevole. Ciò di cui dubito, è che riesca. Il mio dubbio deriva da ciò, che io credo impossibile indurre l'Austria ad accettare questo partito, a meno che non le si offra una somma, che non si può sperare di raccogliere. Quella, che voi indicate al più in 500 milioni, io credo che non le sarebbe sufficiente. Bisogna offrirle tal somma, che largamente compensi non solo i vantaggi materiali, ch'essa trae dal possedimento della Venezia, ma ancora che la compensi del torto, che ciò le farebbe nella Confederazione germa­nica diminuendo la sua autorità e della perdita assoluta d'ogni influenza nelle cose d'Italia.
I moti del Tirolo e le inquietudini dell'Istria e di Trieste sono altronde una causa di più per rendere VAustria aliena dalla cessione della Venezia, che sa­rebbe addentellato ad altre cessioni o causa di altri più vivi sovvertimenti interni.
Mille o 1200 milioni potrebbero forse, se non persuadere, indurre anche l'Im­peratore e la sua camarilla a cedere, perchè allora sì che il rifiuto varrebbe a far sorgere tal malcontento e turbamento in tutte le popolazioni e classi dello impero da costringere anche quegli ostinati a rassegnarsi al baratto.
Ma dove trovare una somma sì enorme?
Quanto a quel che dite sulle benevoli intenzioni dell'imperatore Napoleone a nostro riguardo, per quél poco che so del modo, con cui il plenipotenziario fran­cese a Zurigo trattava gli affari, sempre poco propizio alla Sardegna e molto al­l'Austria, non so trovarmi d'accordo con voi.
Io però non ho mai inteso dire e non credo aver detto, che egli abbia ad esser quello che impedisca nel Congresso ogni discussione sulla Venezia. Quel che credo, si è che sarà l'Austria, che vorrà impedirla, e che l'Imperatore, dopo il chiodo piantato a Villafranca e ribadito a Zurigo, non vorrà e non potrà, volen­dolo, opporsi a tal rifiuto. Oltreché non son lontano dal credere che non gli dispiac­cia vedere il Piemonte, malgrado della aggiunta Lombardia, rimanere in tal condizione da non poter da solo lottare coli'Austria ed essere perciò costretto a ricorrere ancora alla Francia, ove questa lotta diventi necessaria.
Nella mia lettera anteriore, parlando di un altro emissario mandato in To­scana, io intendevo appunto parlare di Tavel. Voi non credete la di lui missione cosa seria: può darsi, ma certo viene dall'alto: con qual fine non so; sarà forse per poter confermare sempre più che si son fatti tutti i tentativi per vedere che ì To­scani si accomodino a ricevere l'antico loro padrone. Né mi sorprende che Ta­vel tenga propositi affatto contrarli con alcune persone del paese; così fece anche il suo antecessore Reizet. Napoleone non è certo sincero, quando ostenta di procu­rar che i Toscani cedano; forse vuol anzi tenerli fermi a resistere; ma che lo faccia per procurare l'unione col Piemonte, non posso crederlo. E se questa riuscisse, a me pare che, anziché rendere più probabile la liberazione della Venezia, se ne