Rassegna storica del Risorgimento

1859-1860 ; VENETO ; VILLAFRANCA
anno <1953>   pagina <211>
immagine non disponibile

Il problema veneto dopo ViUafranca (1859-60) 211
Ho sentito e trovo giusti i motivi, pei quali avete dovuto ritardare la spedir zione di questa memoria, ma son costretto a spiegarvi di affrettarla quanto potete. Sta bene che la riunione del Congresso sembri ritardata, ma notate che Hudson vuol far tradurre qui la memoria in inglese. Egli fu a salutarmi alcuni di fa e me ne fece sollecitazione. Sa che ella è stesa da voi, e anche questo gli piace, es­sendogli noto che a Londra siete conosciuto e specialmente da Palmerston molto favorevolmente, onde egli mi domandò, ed io approvai, che spedendola dicesse che era lavoro vostro domandatovi da me.
[Archivio Stato, Venezia, Carte Paleocapa, n. 1059].
5. Ja AVESANI A PINCHERLE
Londra, 26 gennaio 1860. Mio caro Pincherle, amico carissimo,
Non dimentichi il mio cambiamento di domicìlio.
Panizzi mi avvisò giorni or sono che Palmerston mi avrebbe veduto mercoledì (jeri). Il giorno dopo annunziò che Russell non amava di compromettersi, tanto più. che già io aveva l'occasione di parlare con Palmerston.
Jeri dunque vidi questo Premier, il quale m'accolse molto bene e mi diede benigno ascolto e tanto piti benigno, quantoché io non gli rispiarmiai la verità la più cruda, benché colle forme, che potevano farla tollerare.
Egli mi trattenne per più di mezz'ora, mostrandomi la sua soddisfazione.
Cominciai col congratularmi del discorso in nome della Corona e del discorso suo proprio alla Camera dei Comuni, ma soggiunsi che per me italiano e per me veneziano non era del tutto soddisfacente, perchè, se non si aveva la volontà di scacciare l'Austria o per forza d'armi o per forza d'oro, la pace non poteva essere né solida né durevole, come si prometteva nel discorso della Corona. Ma purtroppo io vedeva che la moda inglese è alla pace, come fu alla guerra, quando si trattò di spogliare Venezia, e che un Ministro inglese non potrebbe parlare dalla bocca di un cannone, senza di che le parole tornano inutili, come tornarono a Napoli. Nondimeno io lo pregavo a nome dei miei compaesani di prendere un'iniziativa, quaVei l'ha già presa nel 1848, proponendo il riscatto, che la Sardegna è pronta a pagare, ma non può convenientemente proporre, poiché siamo ridotti a tale che dobbiamo pagare il riscatto di una proprietà usurpata e della quale non si avea nemmeno il diritto di conquista, non essendosi fatto che un turpe mercato della casa altrui a Leoben, a Campoformio ed al congresso del 1815, congresso mono­colo, ohe non vide se non un'Alpe sola, quella che divide l'Italia dalla Francia,, e fortificò là il Piemonte come guardiano, e non vide Paltr'Alpe, o non volle ve­derla, che divide noi dalla tedesca rabbia, come cantò il Petrarca.
Egli mi assicurò che farà tutto quello che potrà, ma Vimperator d'Austria, egli disse, è ostinato e si trova difficoltà nei confini del Tiralo, quali erano al tempo veneto, lo gli assicurai che al contrario i confini erano cattivi per la Repubblica Veneta, poiché in una delle paci tra essa e la Francia fu pattuito futi possidetis, e siccome le truppe venete e tedesche si trovavano disseminate qua e là, così il ter­ritorio veneto si trovò al di qua e al di là dell'austriaco, in luogo di una buona linea di confine. Che se s'intendeva di mantenere il quadrilatero alla Germania per la sua sicurezza, db sarebbe così stravagante, come se l'Italia domandasse