Rassegna storica del Risorgimento

MASNOVO OMERO
anno <1953>   pagina <279>
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Li Ini. e periodici 279
un'ascesa, sia .pure spesso bruscamente arrestata o interrotta, verso una predestinata meta finale; ma di un'opera lenta e faticosa, ma grandiosa, prima di ricostruzione ter­ritoriale, poi di trasformazione dalle fondamenta della piccola regione sino a darle un volto nuovo, una nuova anima e a farne un organismo forte, accentrato, indipen­dente, capace di vivere e crescere tra due grandi monarchie rivali. In questo senso è lecito parlare spassionatamente, senza tema di essere contraddetti, dell'italianità della Casa Savoia, e in questo senso si può affermare che Emanuele Filiberto fu indubbiamente il primo principe italiano dei tempi moderni e si può intendere il pro­fondo motivo del suo costante proposito di fare del suo stateremo il bastione della fortezza d'Italia : che se il bastione avesse ceduto, le grandi potenze straniere sareb­bero state disposte nuovamente ad inghiottirlo e di li avrebbero trovato facile cam­mino per invadere la penisola. In vero con Emanuele Filiberto si inizia la direttiva che nella politica della Casa finirà per prevalere, e cioè il sempre progressivo sposta­mento delle basi del ducato dalle regioni transalpine al Piemonte: e che per lui aves­sero i possessi cisalpini maggior importanza che non quelli al di là dalle Alpi lo dimo­stra, tra l'altro, l'idea da lui concepita dello scambio del territorio della Brcsse con il marchesato di Saluzzo. E il figlio Carlo Emanuele noterà nei suoi Ricordi: oc et è molto meglio per noi avere uno Stato unito tutto quanto come questo di qua dei monti che due, tutti due mal sicuri, tanto più che ritenendo il marchesato di Saluzzo si difficulta assai ai Francesi la calata in Italia. Il compito, insomma, assolto dalla Casa nei primi trecenCanni, compito che non si può né ignorare né sottovalutare, e di cui si resero conto i contemporanei (permangono particolarmente significative le ammis­sioni a denti stretti fatte dai diplomatici veneti o medicei) fu di tendere in ogni modo, legandosi, in caso di guerre, possibilmente sempre al più forte dei contendenti, ad osta­colare il consolidarsi in Italia dell'una o dell'altra delle grandi potenze, salvaguar­dando, in tal guisa, un interesse proprio, ma, indirettamente, un interesse nazionale. Scriveva con gran senno l'Opcrti da Napoli a Vittorio Amedeo II dopo la pace sepa­rata del 1696: ella ha coi tedeschi resistito ai francesi e con i francesi levato il modo ai tedeschi d'infestare li suoi stati e tutta l'Italia . Non si dimentichi che la volontà indomita di azione dei Savoia, specie nei primi secoli, trovò spesso rispondenza nelle intime fibre dell'anima italiana. Quando, ad esempio, nella questione della Valtellina si vide il duca Carlo Emanuele opporsi da solo agli spagnoli, e poi, nella seconda con­tesa del Monferrato, lottare disperatamente contro la Francia, fervida divenne la sua popolarità: da ogni parte della penisola ammiratori appuntavano gli occhi su di lui, ne condividevano le aspirazioni, ne secondavano con i voti gli aforzi. Comunque, fu il Piemonte l'unico stato che ebbe sempre potenziati e robusti i sentimenti di indi­pendenza, di compattezza, di amore alle armi, di unità nazionale e proprio quando quei sentimenti languivano altrove; e che seppe conservare sempre il <c senso della superiorità ideale, specie nei confronti delle decadenti repubbliche oligarchiche o delle antiche dinastie italiane in fase di esaurimento.
Alle sue fortune contribuì efficacemente, senza dubbio, Io sviluppo delle istitu­zioni militari. Emanuele Filiberto capì per il primo che quando un paese è in miseria fisica e morale (come era il Piemonte quando egli potò tornare in patria alla pace di di Castel Cambresl) tanto più ha bisogno di un'armatura di ferro per potersi rico­struire; perciò egli se non creò, come si dice talvolta erroneamente, la milizia paesana (poche erano allora le milizie permanenti e in gran parte mercenarie: le altre eran radunate di volta in volta o chiamate alle armi solo occasionami ente) si studiò se non altro, con provvedimenti via via perfezionati, di avviarla gradualmente, ma decisa­mente, a divenire il nerbo dell'esercito! essa rappresentava (ripeto le parole di un compstentissimo, il generalo Mondini, altro bravo conferenziere del corso) l'elemento nazionale, che rimaneva normalmente in congedo, tranne che nei periodi di guerra, ed era un'anticipazione di ciò che ai nostri tempi fu chiamata la Nazione armata. E che sia riuscito in breve questo grandissimo principe a sbozzare nei piemontesi il sentimento patrio, l'attaccamento cioè alla propria terra, testimoniano gli ambascia-