Rassegna storica del Risorgimento
MASNOVO OMERO
anno
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1953
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pagina
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281
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Libri e periodici
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Si è detto, e si Beute ripetere ancora spesso, oggidì, che i Savoia fecero in Piemonte, dalla seconda metà del *500 alla seconda metà del '700, opera magnifica di rinnovamento, ma fu opera prosaica, non accompagnata da un particolare splendore d'arte. Senza dubbio il Piemonte, se vanta qualche grande ingegno (basterebbe l'Alfieri per illustrare un'intera regione) non ebbe però una tradizione letteraria tale da lasciare un'orma profonda nella vita spirituale della Nazione. Ma non fu. affatto sordo al movimento delle idee. Il Cognasso in una lezione sintetica, ma limpida e informa-tisstma, ha dimostrato quale funzione di primaria importanza abbia compiuto nel mondo civile piemontese la Università di Torino, fiancheggiata dalle moke altre iniziative: stamperie, biblioteche, musei. Nel 1742 a Torino si contavano 27 librai, 10 tipografie, 16 legatorie; e la popolazione non oltrepassava i 70 mila abitanti. Il Tagliazucchi, l'amico del Muratori, santo alla cattedra di eloquenza italiana, in vent'anni d'insegnamento trasformò la cultura torinese. Rompendola con le svenevolezze arcadiche avviò i giovani allo studio dei trecentisti e dei cinquecentisti e, maestro di semplicità e di buon gusto, portò i piemontesi a rivelare in forma italiana le loro doti natie. Ma grandissima fu l'efficacia del fisico monrcga-lese Giovanni Battista Beccaria. Con lui entrò decisamente in Torino la scienza moderna. Furono suoi allievi, tra altri molti, il Lagrangia, il Cigna, il Di Saluzzo, che proclamarono la loro autonomia dal pensiero del maestro e fondarono nel. 1757 quella Società reale di Scienze (mutatasi poi in Accademia) che si onorò dei nomi del D'Alam-bert, del Condorcet, del La Place, del Mongl. dello Spallanzani, del Priestley.Nel 1776 il conte Bava di San Paolo fondava la Sampaolina cui convenivano i migliori letterati per discutere non solo di erudizione e di filologia, ma di questioni, allora vive, sull'arte e sul bello; nel 1782 presero a riunirsi nel palazzo del conte Felice di San Martino i Filapatridiy gli amanti delle storie patrie; tre anni dopo nella novella Reale Società Agraria si studiavano con amore proficuo i problemi relativi al rifiorimento economico del Piemonte. Ma gli intellettuali piemontesi (e ciò va messo in ispeciale risalto, ad onta dei negatori) vivevano non solo della vita del loro piccolo stato, ma della vita e nella vita colta d'Europa; l'insegnamento europeo era accettato criticamente, non supinamente, di esso raccogliendo e facendo proprio unicamente quel che fosse consono con la tradizione e l'indole di Casa nostra.
Ma sin qui, dove giunge il corso di cui trattiamo, furono gli anni veramente felici per il Piemonte. Poi si inizia lentamente la decadenza. Avviene un fatto propriamente singolare. Mentre la cultura è nella sua ascesa migliore, si va disgregando la contestura amministrativa, economica, sociale dello Stato. Si trasformano i metodi agricoli, ma diminuisce la mano d'opera; aumenta la disoccupazione; precipita il valore della moneta. La miseria colpisce soprattutto i contadini, che da affittuari son ora ridotti a far da giornalieri avventizi. Il debito pubblico sale enormemente: si esaurisce a poco a poco il tesoro regio; i debiti della Corona salgono a 340 milioni (ed era per quei tempi una somma ingentissima), mentre prima erano poco più di 80. Insurrezioni, e talvolta abbastanza gravi, scoppiano qua e là, di cui facemmo anni or sono larghi cenni su questa rivista. Eppure la storia sabaudista che, attraverso il Carutti, il Bianchi, il Cabrarlo, il Perrero, il Predali e cosi via, arriva sino all'Olmo e al Bcrgadani, ci dà del Piemonte del secondo Settecento una raffigurazione idillica. E ancora oggi, in una vasta pubblicazione, d'altra parte degna di nota, leggiamo che Amedeo III coronò il lavoro egregio dei suoi predecessori, livellò le forze particolaristiche di fronte al centralismo monarchico, sistemò in ordinata struttura l'amministrazione. Così (si conclude) lo stato sabaudo si evolse e si preparò l'ossatura del Piemonte futuro. Ma tutto ciò risponde alla realtà ?... È tempo ormai d'indagare i fatti, con scrupolo spassionato, e ricercare le cause vere della rovina, sul finir del '700, in Piemonte, della compagine statale e della disgregazione degli spiriti. D L'sdero, nella sua breve, ma succosa lezione, riportata nel volume, intorno alla vita economica piemontese tra il '500 e il '700, ha una pagina che noi riteniamo assai degna di considerazione; se l'ordine antico fu sconvolto, si deve attribuirne in gran