Rassegna storica del Risorgimento
MASNOVO OMERO
anno
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1953
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pagina
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286
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286 Libri e periodici
e determinò la caduta del ministero Minghetti. Quasi a forza pretese, quale compenso, il portafoglio degli Interni; e com'egli sia di colpo divenuto uno dei più arrabbiati autoritari, in contrasto con tutto il suo passato, attestano i molti suoi atti di governo: quali la proibizione dei comizi repubblicani, lo scioglimento delle società operaie, il mantenimento del domicilio coatto, il divieto degli scioperi. Pochi mesi dopo fece sciogliere la Camera, che funzionava appena da due anni; e i metodi da lui seguiti nella condotta della campagna elettorale del novembre 1876 son rimasti celebri negli annali del Parlamento italiano. I migliori uomini del Mezzogiorno, lo Spaventa, il PisaneUi, il Bonghi, furono aspramente combattuti e sostituiti da candidati o insignificanti o oscuri.
Abile ministro di polizia , con frase felicissima lo definisce l'A.; e in verità mancarono a lui le qualità fondamentali di governo, sovra!tutto per il suo temperamento aggressivo e per il suo acre spirito di vendetta. L'A. riferisce parecchi episodi che giovano a farci meglio comprendere il fondo dell'animo suo. Ricorderò, tra l'altro, che durante le elezioni del '61, poiché Diego Taiani, suo conterraneo e intono amico (lo aveva coraggiosamente difeso nel processo contro i superstiti di Sapri), si era permesso di ospitare a Vietri sul mare, in casa sua, Silvio Spaventa, gli si scagliò contro con un articolo violento sul Popolo d'Italia, tacciandolo di pessimo avvocato e di magistrato incapace. Ma sommamente significativo è il processo detto di San Francesco (dal nome dell'antica chiesa trasformata in aula di giustizia), intentato dal Nicotera contro la Gazzella d'Italia, diretta da Carlo Pancrazi. Il giornale, a scopo unicamente elettorale, lo aveva accusato di aver pregiudicato la sorte dei suoi compagni di Sapri e di altri cospiratori con la sua eccessiva loquacità, aderendo alle lusinghe dell'Intendente Aiossa. L'attacco del giornale sarebbe apparso senza altro clamore che quello di una polemica giornalistica, indubbiamente dimenticata ad elezioni avvenute; ma il Nicotera, poco curante della grave situazione che egli avrebbe creato, anche a proprio danno, sporse querela e si costituì parte civile, assistito dai luminari del fo o (il Pessina, il Villa, il Puccioni, il Beno, il Vastarini), ai quali si aggiunsero, accorsi da Salerno, sei facondi penalisti che portavano la voce di protesta della città. Non valsero a farlo desistere dal suo caparbio proposito Pasquale Stanislao Mancini e Giuseppe Zanardelli, che sedevano colleghi del Nicotera nel ministero: egli voleva fulminare il giornale che aveva ardito scalfire i suoi meriti patriottici. Due mesi durò il processo, cui presenziarono i rappresentanti della stampa estera, durante i quali il ministro fu sottoposto alle critiche più sanguinose circa la sua azione di cospiratore e fu additato al biasimo dell'Europa per aver chiamato a deporre in sua testimonianza n'entemeno che il segretario generale del Ministero della Giustizia, superiore gerachico dei magistrati, e per giunta salernitano. L'umile gerente della Gazzetta d'Italia fu condannato con la liquidazione dei danni; ma non ne guadagnò certo la reputazione del ministro, che pochi mesi dopo lasciava la carica per un banale incidente, del quale invero aveva subito approfittato il Dcpretis, Presidente del Consiglio, per liberarsi del collaboratore invadente e indisciplinato. Cominciò cosi d'allora, la accanita opposizione del Nicotera al Depretis: opposizione che durò inalterata sino a che venne a morte l'illustre uomo di Stato. Facendosi, assieme con il Crispi, rievocatore dei puri principi della Sinistra storica, gridando allo scandalo per le nuove alleanze del trasformismo, fu chiamato a far parte, nel 1883, della Pentarchia*, la quale non ebbe invero alcuna influenza di rilievo negli eventi politici del tempo. Com'è noto, essa si sciolse presto per l'astuzia del Depretis, che nel formare il suo ultimo ministero chiamò come collaboratori il Crispi e lo Zanardelli, ma non volle più con sé il Nicotera. Figurarsi il suo sdegno! Come aveva dato battaglia prima al Depretis, la diede ora, e accanita auc >r più, al Crispi con un'impronta, com'era nelle sue abitudini, più personale che politica. Nei riflessi del Crispi (e ciò non deve essere dimenticato) egli fu come la eminenza grig'a (a detta, del Santangclo) di tutte le accuse che dovevano rovinare la reputazione dello statista e dell'uomo. I suoi intrighi ebbero ancora un fugace successo (fu l'ultimo!) quasi d'improvviso.