Rassegna storica del Risorgimento
MASNOVO OMERO
anno
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1953
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pagina
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287
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Libri e periodici 287
nel 1891. Il 31 gennaio di quell'anno, nella discussione di una secondaria legge di finanza, Crispi, vinto dall'ira per alcune dichiarazioni del Bonghi, dell'opposizione, usci in una sfuriata contro i governi della vecchia Destra accusandola di aver fatto una politica servile verso lo straniero.
Crispi fu clamorosamente travolto; e ai voti contro di lui si unirono la Destra, la estrema Sinistra e il gruppo del Nicotera, ohe in realtà si era andato assai assottigliando. Nicotera, con l'abilità di manovratore che sommamente lo distingueva, seppe dorante la crisi ministeriale sfruttare la situazione con abili trattative con la estrema Sinistra capeggiata dal Cavallotti e cosi tornò ministro degli Interni con collegni tutti di quella Destra che egli aveva combattuta sempre e quasi estromessa dalla Camera nelle elezioni del 1876. Il ministero Di Budini fu battuto il 7 maggio del 1892 e da quel giorno cominciò per il Nicotera la parabola discendente. Specialmente in seguito alla deplorazione inflittagli dal e Comitato dei Sette per i fatti della Banca Romana, nei quali come ministro parve coinvolto,perdette quella nota d'intemperanza che lo aveva sempre caratterizzato e stanco, sfiduciato, sfinito, alla Camera non rappresentò quasi altri che se stesso. Ma neanche allora perdette la fiducia dei Salernitani, per i quali egli fu davvero un'istituzione, ad onta dei suoi molteplici voltafaccia, delle sue acrobazie politiche. Le manifestazioni per ogni sua vittoria parlamentare più che di gioia avevano del frenetico. Alla sua morte le esequie assunsero una solennità quasi coreografica.
Altra figura di rilievo, ma di ben altra tempra per saldezza di carattere e per illibata onestà di vita, era Diego Taiani, di cui si è fatto più su un rapido cenno. Anche lui calabrese (era nato a Cutro nel 1827) e quasi coetaneo del Nicotera, già penalista di grido a Salerno, ca stato costretto a emigrare in Piemonte perchè mal visto dalla polizia borbonica soprattutto dopo la sua famosa difesa dei superstiti della spedizione di Sapri. Entrato in magistratura, sali presto agli alti gradi: fu prefetto di polizia a Napoli e procuratore generale a Palermo. Allora in Sicilia imperava la mafia, che commetteva, impunita, furti e reati di ogni specie. Pare ne fosse protettore lo stesso questore di Palermo. Non vedendosi assecondato nella sua coraggiosa azione per far piazza pulita, il Taiani si dimise dalla carica e tornò alla libera professione. Eletto deputato per il collegio di Amalfi nel 1874, alla Camera nelle discussioni sui provvedimenti eccezionali per la Sicilia denunziò in base ai bocumcnti, di cui conservava gelosamente le copie, la lunga serie di arbitri, di illegalità, di delitti sui quali egli già aveva invano richiamato l'attenzione del Governo. La Sinistra ne conclamò con successo l'audace ardimento.
Rimasto tra i più attivi e anche piò autorevoli sostenitori del Dcpretis, divenne vice-presidente della Camera e poi Guardasigilli. Giovanni Bovio disse di lui giustamente che in tutti gli uffici ricoperti fece sempre parlare di sé. Schivo di onori, incurante dei piccoli interessi dei suoi elettori, incrollabile nell'adempimento di quel ch'egli credeva il suo dovere, usò sempre un polso fermo, fin dove giungeva il suo potere,contro tutti gli abusi e contro tutte le ribalderie. Ormai il suo nome è dagl'Italiani pressoché ignorato: sia data lode al Moscati perchè ne ha rinfrescata degnamente la memoria.
Morto il Nicotera, il Taiani fu eletto deputato nel collegio dì Salerno senza competitori, con 2305 voti, quanti mai ne aveva raccolti il' Nicotera nella sua lunga carriera. Parve un trionfo e parve una prova straordinaria di concordia: ma si. illuse l'eletto e si illusero i suoi sostenitori. Il Taiani non piaceva, benché godesse gran stima, specie presso i buoni e gli onesti; tutto d'un pezzo, non aveva il fascino del Nicotera; d'altra parte egli rappresentava, per cosi dire, a Salerno e in provincia, un comitato di salute pubblica; quindi troppe clientele si vedevano impedite nei loro loschi maneggi. Nella successiva elezione, appena dicci mesi dopo la sua splendida affermazione, gli fu contrapposto un giovane, di alto ingegno, che con l'attraente vivacità dell'eloquio riuniva attorno a sé un folto gruppo di simpatizzanti: Enrico De Marinis, figlio del barone Luigi, docente all'Università di