Rassegna storica del Risorgimento
DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; CAL? ULLOA PIETRO ; MOTI 1848
anno
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1953
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pagina
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415
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Pietro Cala Ulloa e la rivoluzione siciliana del 1848 4X5
nati agli irlandesi, parlando della Sicilia come dell'Irlanda d'Italia, non avevano con quegli infelici paria del Regno Unito nulla di comune: gli irlandesi morivano di fante, mentre in Sicilia non solo il benessere era diffuso ed esteso a tutte le classi sociali, ma, come l'autore vien dimostrando, si notava un crescente progresso in tutti i campi della vita economica. Tra l'altro in Irlanda i dominatori osteggiavano in tutti i modi la fede del popolo, obbligandolo ad arricchire il clero anglicano, mentre i preti cattolici vivevano miseramente di elemosine. Quel paragone dunque deve considerarsi ingiusto e ingiustificato. La Sicilia non è l'Irlanda.
Con ciò, siamo sempre li: quale giustificazione si può dare della rivoluzione, dei moti del 1820, di quelli del 1837, di quelli del 1848 ? La risposta per il nostro autore è molto semplice: nessuna giustificazione,
I siciliani si sono sempre rifiutati di guardare alla realtà e come tutti i presuntuosi hanno finito per espiare crudelmente il loro folle ardire (p. 14). C'è in essi come connaturato un cotale spirito di opposizione, che li fa dichiarati nemici di tutti i governi e le istituzioni stabilite (p. 60). On pouvail accuser les Siciliens d'un mécontentement prédétérminé que rien ne devait sathsfaire (p. 98), tanto più che si sapeva e vedeva nell'isola quello che i suoi re, che soprattutto Ferdinando II, avevano fatto e continuavano a fare per il suo benessere. Tuttavia, si ostentava contro tanta mole di leggi benefiche e umane riforme, contro in generale tutto ciò che ricordasse il governo di Napoli, il più profondo disprezzo. E questo sia nel popolo sia, principalmente, fra i mobili: Cétait une envie dominante de se faire vàloir, jusqu'au ridi-etile, en se montrant peu sensibles au bien general qu'on faisait (p. 99).
Ma le accuse che il nostro autore rivolge in particolare alla Sicilia, non gli fanno dimenticare che la rivoluzione e lo stato d'animo da cui essa sarebbe venuta fuori nel 1848, erano quasi generali in Europa. Perciò la prima parte del libro, rifacendosi indietro fino al fatale 1789, vuol essere una analisi di quella che generalmente è nei tempi moderni l'essenza del fenomeno rivoluzionario. Appunto per ciò, perché cioè il nostro autore si pone da un punto di vista che lo rende immune dai sentimentalismi e dalle derivazioni del tempo, dalle derivazioni, intendiamo, in senso paretiano, il suo libro è forse dei più acuti, fra quanti dopo il 1848 se ne scrissero in Italia su quell'anno memorabile.
L'UUoa non è un reazionario, come potè esserlo, per esempio, il principe di Canosa. Fino a un certo punto, lo si potrebbe dire un illuminista, quali nella seconda metà del Settecento furono un Tanucci o il marchese Caracciolo. E infatti egli giustifica la rivoluzione francese. Il suo giudizio al riguardo deriva dalla considerazione di quelle che erano le forze storiche allora vive al paragone di quelle inevitabilmente destinate a morire. Finché, egli dice, la nobiltà potè esercitare una funzione sociale, finché essa costituì il nerbo degli eserciti e la diffusione della cultura fa limitata a pochi eletti, il suo potere era giustificato, come legittima se ne doveva considerare la supremazia esercitata. Ma, venuti meno questi motivi, il privilegio apparve intollerabile e la rivoluzione non potè evitarsi (p. 18). Dove invece un sistema di governo illuminato ha reso tutti uguali dinanzi alla legge, abolito i vincoli feudali, stabilito una uniforme amministrazione, dove si favoriscono il commercio, l'industria, l'agricoltura, l'istruzione, bisogna considerare ogni tentativo rivoluzionario come un defitto contro l'umanità, specie se si rifletta avec quelle lenteur, avec quelle dijjìculté le genre humain se civilisti et la sociètè se perfectionnè.