Rassegna storica del Risorgimento
DUE SICILIE (REGNO DELLE) ; CAL? ULLOA PIETRO ; MOTI 1848
anno
<
1953
>
pagina
<
418
>
418 Virgilio Tifone
Tale nel 1849 è il comportamento del governo, della municipalità palermitana presieduta dallo Spaccaforuo, della Guardia nazionale. Il popolo invece grida allora al tradimento e invoca le armi. Ciò avviene perché della rivoluzione si ha ancora una concezione che potrebbe dirsi feudale. Tra i Capi e gli esecutori materiali (per i quali, per esempio, si ricorre volentieri agli avanzi delle galere, appositamente amnistiati e muniti di salvacondotti) c'è un abisso. I nobili e gli avvocati tra cui, s'intende, numerose sono le eccezioni fanno eroici proclami, legiferano, si dividono le cariche o pensano di fare la rivoluzione per mezzo degli inglesi o dei francesi. Agli altri, se è necessario, si lascia l'ufficio di combattere. Ma di questi ultimi, quando si vede che non è più possibile tenerli a freno, si comincia a diffidare, e allora non resta altra via d'uscita se non la resa.
In tal senso il giudizio del nostro autore non deve considerarsi eccessivamente severo: Le parlement qui s'était mis en permanence n'offrati que des scènes repoussantes et des tumultes scandaleux... Mais enfiti il se prononca, tout en caressant Vorgueil du peuple, pour la paix. Il decreta un acte absolu de soumission au roì... Les exaltés, faibles camme ils avaient été viotents. avaient passe de la fureur à Vabattement (p. 292).
Le cause che però l'Ulloa non nota, sono da vedersi anzitutto nella concezione giuridica dei diritti della Sicilia, che risale al medio evo e ancora si richiama alle vecchie immunità e diritti del regno: dal che deriva che tra l'altro si pensi di risolvere diplomaticamente, e cioè con i buoni uffici di potenze amiche accusate poi anch'esse di tradimento la questione dell'indipendenza dell'isola. Le condizioni della cultura siciliana, in cui scarso fu l'influsso del romanticismo, della Giovine Italia, del giobertismo, esprimono questo aspetto giuridico del patriottismo isolano. In secondo luogo bisogna riferirsi alle condizioni sociali del tempo: da un lato abbiamo una plebe facile alle violenze e capace anche di eroismi, ma incapace di eleggersi propri capi e di pensare a muoversi per proprio conto. È la plebe che nel 1849, pur quando si vide abbandonata e tradita, dovendosi ricomporre il municipio di Palermo per la rinunzia dello Spaccammo e dei suoi colleghi Monteleone, Alliata, Gurti e Gaudiano, ricorre ancora ai soliti baroni, tra cui il Riso, che non pensava che a ingannarla: una plebe, insomma, che ai baroni non può in ogni caso non guardare come a naturali patroni. Dall'altro, abbiamo una nobiltà aulica o cariale. E tali sono anche quelli dei rivoluzionari che possono farsi rientrare nel ceto medio, in un ceto, però, in cui manca una coscienza di classe. Al popolo da tutti costoro si guarda come a una mala bestia, di cui è necessario servirai, ma della quale non bisogna mai fidarsi.
Dei complessi aspetti del '48 in Sicilia lo scritto delPUHoa può dunque considerarsi come un documento tra i più notevoli. Non è, ripetiamo, il libro di uno storico. Ma è difficile che nei libri degli storici si trovino sull'argomento tante acuto considerazioni* E ciò fino a quelli che si sono scritti ai nostri giorni.
Per la sua concreta aderenza alla realtà effettuale, al di là dei miti e delle derivazioni, l'apologia di questo fedele borbonico può ricordare l'analisi di un convinto apostolo della rivoluzione, il Saggio famoso del Pisacane.
VXRGIMO TlTOSlE