Rassegna storica del Risorgimento
ARCHIVI ; PORTOGALLO
anno
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1953
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pagina
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441
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Libiti, e periodici 441
li non pochi degli homines novi della Sinistro, e nessuno dubita clic essi mostrassero assai più dignitosa fermezza nel difendere la cosa pubblica dalla voracità di gruppi o clientele particolari. Però è anche un fatto che l'imbroglio nelle elezioni non fu un'invenzione del Giolitti, del Crispi o del Depretis, ma una prassi già largamente usata dai governi della Destra, e die gli interventi extraparlamentari della corona, specie in materia di politica estera, non furono una specialità di Umberto I o di Vittorio Emanuele HI, ma un'eredità lasciata a costoro da Vittorio Emanuele II, colla tacila connivenza di buona parte almeno della Destra.
Il Delle Piane prova evidentemente un'istintiva simpatia umana per la rettitudine morale di questi vecchi galantuomini e non ha torlo, che anche l'onestà conta pure per qualche cosa nel sapere bene o male governare un paese. Però non ci dimentichiamo nemmeno che questi vecchi galantuomini facevano sparare sulle folle e fucilare briganti a centinaia, senza batter ciglio, e che non avevano scrupoli virginali, quando si trattava di fare manovrare i prefetti. È soprattutto, ricordiamoci che proprio alla Destra, a conti fatti, risale quella stortura della nostra vita pubblica, che il Mosca più tardi doveva erroneamente attribuire a soverchio prevalere del legislativo sull'esecutivo e del Parlamento sulla corona. Proprio perchè dotava la corona di tanto esteso potere, lo Statuto albertino sembrava tacitamente affidare alla Camera elettiva il compito di una intransigente difesa delle prerogative della rappresentanza nazionale, analogo a quello che per secoli aveva offerto il Parlamento inglese, cui tutti i liberali italiani erano concordi nel guardare come al loro modello. Proprio lo Statuto albertino, dunque, poneva le condizioni per l'esistenza di una bilancia di poteri e di una vivace dialettica tra corona e rappresentanza nazionale, del genere di quelle che il Mosca riteneva necessarie ad un regime veramente liberale. E se questa dialettica non vi fu, se questo sistema dì contrappcsi non funzionò, se la vita politica italiana fini per affogare nella palude del trasformismo, ciò si dovette indubbiamente ai troppi deputati che preferirono farsi eleggere dai prefetti del re, anziché conquistarsi il voto dei propri concittadini col sudore della fronte, ed ai troppi Parlamenti che preferirono sciacquarsi la bocca colla retorica del bene inseparabile del re e della patria, anziché affrontare quei severi dibattiti, in cui si maturò la coscienza politica della Gran Bretagna e si radicò la tradizione dei suoi partiti. Siamo d'accordo che era ben difficile agli uomini della Destra sottrarsi al fascino personale del sovrano che personificava l'avvenuta unificazione dell'Italia, o correre i rischi che una più dinamica e battagliera vita politica avrebbe potuto fare sorgere per la giovane monarchia costituzionale. Siamo d'accordo che là dove gli uomini della Destra erano stati manchevoli, spettava agli uomini della Sinistra d'instaurare un diverso costume politico, mentre i Depretis, i Crispi od i Giolitti di questo non seppero o vollero farsi prò* motòri. Se stortura però fu nella vita politica italiana dell'Ottocento la troppo umbratile e poco chiara distinzione fra i vari poteri e quindi la troppo debolo resistenza opposta dalla classe politica a processi degenerativi, non esageriamo nel dare questa intera ed esclusiva responsabilità alle personali deficienze di carattere degli homines novi della Sinistra.
Ma queste od altre discussioni che potrebbero sorgere dall'opera di Mario Delle Piane, non tolgono nulla certamente al valore fondamentale del suo lavoro. Abbiamo avuto con essa il più esauriente e solido libro clic a tutto oggi sin doto leggere sul Mosca ed abbiamo avuto lo prova di uno non comune statura intellettuale nel suo autore. Più di questo, poche volte davvero ci è possibile dire, eaiutando la pubblicazione di un nuovo lavoro di indagine storico.
GIORGIO SPINI