Rassegna storica del Risorgimento
1860 ; SICILIA
anno
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1954
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pagina
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9
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LA BORGHESIA SICILIANA DI FRONTE AL PROBLEMA UNITARIO NEL 1860
Nella nota lettera del 2 agosto 1861, dal riposo di Cannerò, il D'Azeglio scriveva a Carlo Mattinieri: ... so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni, e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore e bisogna cangiare atti e principii... Agli Italiani, che restando Italiani non volessero unirsi a noi, credo che non abbiamo il diritto di dare delle archi-bugiate. *)
In verità, che non si trattasse soltanto di qualche errore, ma di un problema generale di metodo e di struttura, che interessava tutto il nuovo Stato italiano, ma in modo più particolare il Mezzogiorno, lo avevano già denunciato i democratici, e persino nella seduta del 26 marzo, durante la discussione del problema romano, se ne era fatto voce Giuseppe Ferrari, affermando che il governo aveva sfuggito di continuo al bisogno d'innovazione che tormentava i popoli, con una specie di corsa a traverso la penisola . 2) Più tardi, nel 1865, quando il disegno di legge del ministro Vacca, sullo scioglimento delle corporazioni religiose e sull'incameramento dei loro beni da parte dello Stato, avrebbe suscitato lo spirito di opposizione di tanta parte dei siciliani, s) lo stesso Ferrari, nell'opuscolo H Governo a Firenze, avrebbe affermato che la Sicilia poteva trasformare i suoi conventi in strade di ferro, condannando, evidentemente, non la soppressione dei conventi, ma il fatto che dalla soppressione non si traessero piuttosto i mezzi per migliorare le condizioni dell'isola.
È alquanto facile spiegare gli atteggiamenti dello spirito popolare isolano dopo il 1860 ricorrendo alle cause tradizionalmente elencate resistenza alla leva militare, disagio per le maggiori imposte, opposizione contro la soppressione delle corporazioni religiose e parlando di abiettezza delle plebi... incrostata da secoli fra l'arroganza e le violenze della signoria feudale, e la infezione di una frataglia parassita, come faceva lo Zini nel 1869, e, ancora, di popolazioni fanatiche, come ha fatto ben di recente l'Aspesi, nel 1952. 4) Ed ove siano state queste, prevalentemente, le cause
I) Scritti e discorsi politici, Firenze, 1931-38, pp. 399-400.
z) Cito da Roma capitale al primo parlamento italiano - Discussione e voto, Firenze, 1895
p. 88.
3) Valga ricordare la Dichiarazione dei diritti del popolo rapporto ai beni di manomorta,
del repubblicano Filippo Lo Presti.
*) LUIGI ZINI, Storia d'Italia dal 1850 al 1866 continuata da quella di Giuseppa La Farina, Milano, 1869, voi. II, p. 1453; ALESSANOUO ASPESI, Ombre e luci dal nostro Risorgimento, Torino, 1952: quest'ultimo è ano studio sul Durando, un capitolo del quale, dedicato alla rivolta palermitana del 1866, accetto integralmente quella tradizione unilaterale delle versioni ufficiali, che avevano ovvio interesse a presentare il moto palermitano come promosso da una mano di sconsigliali, desiderosi soltanto di abbandonarsi alla depredasloni a al saccheggio (secondo quanto scrisse il Cadorna, inviato per la repressione della rivolta) o dirotti dalla reazione borbonica e clericale. Quanto vada corretta questa tradizione ufficiale ha recentemente mostrato V. BRACCATO, Origini e carattere della rivolta palermitana d*l settembre 1866, Palermo, 1953 (estratto dall'Archivio Storico Siciliano, serie terza, voi. V).